Erbil

Cronache da Erbil – Capitolo 2

Erbil / Hawler

Cerchi concentrici

Un racconto di Anna Aziz

A cura di

Anna Aziz

Immagini di

Anna Aziz


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È la seconda volta che la sorte mi sottrae i miei occhiali da sole preferiti. Quegli scintillanti TomFord con la lente rossa fiammante che si erano riadattati perfettamente alle curve del mio viso  e diventati ancora la mia firma, la mia difesa da questo sole che brucia. I miei amici sorrideranno leggendo queste prime righe, perché si ricorderanno bene il momento in cui, a Napoli, persi accidentalmente il primo paio, dopo una presentazione della rivista che stai leggendo e un rave mediterraneo a suon di inizio d’estate. Puoi scappare chilometri e chilometri lontano, ma quella nuvola nera, se vuole, corre sempre più veloce di te. Ora vesto dei Ferragamo fake, che non sono per niente nel mio stile e un paio di semplici RayBan di mia mamma, che non piacciono né a me, né tanto meno a mia mamma. “Annina, no” si limita a dire lei, quando dopo qualche giorno glielo confesso. Mamma, c’è da ammettere che non ero pronta a parcheggi da cinquecento macchine l’uno, vicini al Bazar, in cui prendi, scendi, lasci le chiavi della macchina e ti godi quelle ore necessarie a dire addio a ciò che lasci dentro la povera vettura, ormai circondata da polvere e Toyota Hylux placcate di bianco. Qui, la macchina più in voga, dopo la Toyota Land Cruiser, il modello che invece solo i ricchi possiedono, come dicono i miei cugini. Zero fantasia, questi benestanti. 

Il Bazar ai piedi del castello di Erbil — o come si dice qui del Qalat, nel quartiere della Cittadella — sembra scoppiare da quante persone ospita. Della moltitudine di teste, passi, occhi, suoni, te ne rendi già conto da quando, sul sedile posteriore, intravedi l’entrata di quei maledetti parcheggi di cui parlavo precedentemente. Ce ne sono tanti e la macchina, vedrai, dovrai lasciarla per forza lì. Altrimenti sono 30000 iqd iracheni. Io, da quei sedili, guardo tutto mentre passiamo. Ascolto, annuso e mi preparo a intrufolarmi nel luogo che — come è stato affermato — è il più ininterrottamente abitato al mondo. Le prime testimonianze dell’occupazione di questo tumulo che sale lentamente sopra la pianura, risalgono al V millennio a.C. e forse anche a prima. Dal basso il Qalat sembra un rilievo compatto; dall’alto un unico centro di più orbite urbane. Il mio babbo, quando era piccolo, viveva proprio lì sotto, nella zona più antica. Lo si vede dal sorriso che gli viene quando saliamo sulle mura: una dolce espressione pura che nasce quando qualcosa ti riporta indietro nel passato. Adesso, le case sotto il castello non le abita quasi più nessuno. Lo hanno lasciato solo come una fortezza affollata, ma allo stesso tempo isola nella sua stessa storia.  

Il Bazar, invece, gli si sdraia addosso. Cominciamo a camminarci dentro, il mio passo è svelto perché cerca di seguire quello di mio cugino Bistun che, agile, si destreggia tra i vari settori. Dalle spezie si passa alle stoffe, dalla cosmetica all’elettronica, fino ai famosi gioiellieri. Banchi pieni di argento e d’oro: migliaia di anelli con pietre preziose incastonate, che mi attraggono come una gazza. “Sono solo da uomo” mi dicono sempre, pronti a farmene vedere subito altri, più fini, più alla moda, più visti e rivisti, pieni di brillantini incastonati a forma di fiore, stella, sole, cuore, amore…. Io quelli da uomo, me li sono presa lo stesso. Mia mamma pure. Come quando, per la prima volta, a noi in Europa, venne l’idea che il completo da uomo, forse — quasi quasi — stesse meglio indossato da una donna, anche nel Bazar di Erbil, dopo un primo stupore si sono abituati ai nostri gusti. Mamma si è spinta ancora più in là, trascinandomi con lei ovviamente: voleva assolutamente comprarsi la giacca dei Peshmerga, i partigiani curdi, forza d’esercito del Kurdistan iracheno. Quindi, entriamo in questo banco gestito da un uomo, che vendeva giacche da uomo, pantaloni da uomo, cinture da uomo, bastoni da uomo, con dentro un pubblico  esclusivamente maschile armato di occhiate e di giudizio. Il signore, infatti, non capiva il perché fossimo lì, continuava a dirmi insistendo “È per tuo padre? Per tuo fratello? Per tuo zio?”. Poi ci ha mostrato lo stesso tutti i modelli e mia mamma se ne è uscita con tre o quattro buste piene e un sorriso intelligente, tipico invece delle donne.

Erbil per gli Arabi, Hawler per i Curdi, è una delle città più antiche e con la più lunga continuità in termini di urbanizzazione. Prima sumera, poi assira; poi dei Medi e degli Achemenidi. È stata cristiana, poi omayyade, poi abbaside. Turca con i Selgiuchidi, mongola con gli Ilkhanidi. Ottomana, poi britannica. Nel 1932 diventa parte di un Iraq indipendente. Da quasi sempre però, sulle stesse pietre, il nome che tutti pronunciano è Kurdistan. Mi sembra di attraversare non solo una città, ma una fila di epoche che si sovrappongono le une sulle altre come tessuti su un telaio. Si intrecciano, si incastrano e creano dei nodi. È qui una delle più grandi difficoltà che si hanno nell’affrontare e nell’analizzare questa regione, questo Stato non riconosciuto: la miriade di livelli e strati di storie ed epoche che si accumulano. Come bastoncini di Shangai, si sostengono a vicenda, si equilibrano in un incastro precario e al tempo stesso perfetto, e crollano insieme se qualcuno prova a spostarne anche solo uno; basta un gesto minimo, un movimento impercettibile, e tutta la costruzione vibra, perde il suo ordine e diventa altro, mostrando quanto complesso sia l’intreccio che tiene insieme storie, epoche e identità di un’unica grande terra. 

Oggi, nel 2025, Erbil è il centro del potere nel Governo Regionale del Kurdistan, la sua capitale politica. Un soldato ci accoglie all’ingresso del Parlamento, si sporge per controllare chi fossimo: io, mio babbo e un suo amico che lavora al Governo. Tutte facce pulite, così lascia subito la macchina proseguire verso l’ingresso. L’atmosfera dentro quell’istituzione è elegante, significativa, piena. Ti accoglie orgogliosa, dignitosa, memore. Nessuna parola è detta a caso, nessun gesto è sporco. La stessa impressione si respira in tutte le altre istituzioni che riusciamo a visitare. Uscendo, con la pelle d’oca ancora addosso, penso che qui la politica non sia soltanto un mestiere, ma un’identità, un modo di appartenere a questa terra. Persino le pareti, gli uffici, i corridoi sembrano voler raccontare qualcosa che va oltre loro stessi. Nel Kurdistan iracheno ci sono due sigle che tutti conoscono: il PDK (Partito Democratico del Kurdistan) e il PUK (Unione Patriottica del Kurdistan). Per decenni hanno diviso l’influenza sulla regione, a volte collaborando, altre volte separati. Ad Erbil, la presenza del PDK si sente più forte: la città ne è la roccaforte, il cuore simbolico e, in questo intreccio di passato e presente, tra storia, politica e vita quotidiana, Erbil mostra il suo ritmo, la sua memoria incastonata, come pietra da anello, tra vicoli antichi e palazzi moderni.

Sì perché Erbil, da più di una decina di anni, è casa anche di progetti che sfidano il cielo. Empire World, Park View, Dream City, Boulevard, Sky View, Pavillon, Tulip Tower, tutti complessi di grattacieli che sembrano voler fare a gara a chi è più appariscente. Sembrano voler raccontare il ritmo di questa città, il desiderio di crescere, di espandersi, di differenziarsi rispetto al resto della regione. E quando la sera si esce, di solito si sceglie una caffetteria in uno degli svettanti edifici, dove rifugiarsi per ore a bere del chai e a fumare una shisha aromatica. Un giorno io e Marwa, mia cugina — più che cugina ormai una sorella — siamo uscite e abbiamo raggiunto l’Empire. Dovevamo scegliere dove sederci ma ai tavoli che popolavano la piazza, c’erano seduti solo uomini e ragazzi. Oltre agli anelli più belli, questo genere sembra essersi impossessato anche del tempo libero. “Mettiamoci da un lato” mi suggerisce Marwa. Che peccato, ho pensato, tutta questa modernità per poi provare queste viscide sensazioni antiche. Ma, dopo essermi comprata la giacca dei Peshmerga, niente poteva fermarmi. Così ci siamo sedute lo stesso a uno dei tavolini perché, non importa dove sei, fanculo chi ti fa sentire a disagio. 

Intorno alla Cittadella prima c’era solo la 60 Meter Street, poi hanno costruito la 120 Meter Street e adesso stanno lavorando alla 150 Meter Street. Per raggiungere l’aeroporto, devi percorrere la 120, raggiungere la Golden Area e proseguire finché non te lo trovi davanti. I miei genitori tornano in Italia, con valigie cariche di giacche, borse fatte con i tappeti, vestiti curdi, tasbih, spezie, gioielli, stecche di sigarette con il filtro alla fragola, due coltellini e due bastoni, portati a mano, che la guardia ha già detto loro di lasciare a me. Saranno sicuramente fermati o qui o in Italia. Se ne vanno con una grande nostalgia, di questo mese, di questi giorni così pieni, di questa città e di queste abitudini che io continuerò ad avere ancora per un po’. “Mi mancherà Hawler” mi dice mia mamma. A me mancherà lei. Me l’abbraccio stretta il più possibile e poi la lascio andare con mio babbo che guarda nei miei occhi, in quel silenzio con cui io e lui abbiamo sempre parlato. 

Quando risalgo in macchina, mi giro verso Marwa. Gli occhi bagnati. “Vieni Anna, è ora che quest’avventura inizi per davvero” mi dice sorridendo. Così, sfrecciando di nuovo sulla 120, rientriamo negli anelli di questo disco, nelle orbite di questo pianeta, in questi centri concentrici che, piano piano, mi riportano a casa.

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