Sud & The City

Bossi è morto, Salvini sta perdendo consensi e anche io non mi sento molto bene

Di recente, ho visto un vecchio sticker della Lega al bancone di un bar in una vallata trentina, che conservava la minacciosa dicitura “Nord”, ormai cancellata dalla memoria collettiva. Anche se sono troppo giovane per ricordare gli esordi della crociata padana, so di aver avuto fortuna ad essermi trasferita quando l’odio per i terroni aveva lasciato il passo al disprezzo per gli stranieri (scusate!). Non significa che ci si può dimenticare di essere terroni.

Per capire la complessità di questa identità, ho voluto chiedere ai diretti interessati, ragazzi e ragazze che, come me, per studio o per lavoro si sono trasferiti dal Sud al Nord Italia. Vincenzo, ad esempio, mi ha raccontato come sia stato difficile per lui trovare casa a Torino, dove alcuni proprietari sono esplicitamente contrari ad “affittare a gente da giù, tantomeno da Napoli”. Eppure, secondo gli ultimi dati Istat, solo dal 2023 al 2024, questa reticenza non sembra scoraggiare i movimenti interni, 241 mila dal Mezzogiorno al Centro-Nord. Tra questi numeri, da qualche parte, nel 28,5% di movimenti dalla Campania verso regioni come Lombardia e Emilia-Romagna, figuro anche io.

Artwork di Giovanna Di Pietro

In questo tempo, anche senza mai essere apertamente aggredita, ho vissuto degli episodi spiacevoli. Tra tutti, ricordo una modenese dire alla mia amica, fuori-sede napoletana, di “tornare al suo Paese”, sostenendo che andandocene tutti non avremmo fatto altro che aggravare il depauperamento del Meridione. L’indignazione che abbiamo provato, dopo quella micro-aggressione, era anche accompagnata dallo spaesamento, dalla sensazione di star vivendo una dissonanza cognitiva. Oltre che terrone, eravamo colpevoli di volere una vita migliore? 

Non potevo fare a meno di chiedermi perché me ne andavo proprio quando Napoli sembrava vivere il suo periodo di rivalsa mediatica. I servizi fotografici su Vogue, la vittoria dello scudetto, i migliaia di turisti biondissimi che affollano il centro storico, la vittoria di Sal da Vinci a Sanremo… non erano indici di un miglioramento generale? Invece, il terrone va di moda proprio perché rappresenta un Altro folkloristico, un paradiso artificiale di cibo abbondante e di divertimento, dove si vive una vita semplice, lenta e improduttiva proprio come le vacanze estive. In definitiva, una vita ferma.

L’appartenenza è un sentimento complesso, che intreccia la narrazione romanticizzata di “casa propria”, con la realtà concreta di un territorio sempre più ostile verso i suoi giovani. Alessia, ad esempio, si è resa conto con il tempo che a mancarle erano la versione di sé che apparteneva a un posto, quei modi di fare che le sembrano “meno articolati e artificiosi di quello che sento nel resto degli spazi”. Allo stesso tempo, le fa paura tornare alla “mancanza di stimoli e di possibilità lavorative coerenti alle sue aspirazioni”. Ad Alice ciò che davvero manca, “più del bel tempo o del buon cibo”, è spendere del tempo di qualità con la famiglia e con le persone che sono rimaste. “Non posso dire lo stesso dei miei amici, perché anche loro sono fuori come me” mi dice.

Come lei, Vinz è andato via dalla Sicilia vent’anni fa: “Mi ritengo un migrante economico. La scelta di lasciare la mia terra è stata dettata dal non avere nessuna prospettiva lavorativa. Parlando per me e forse per altri miei coetanei, siamo cresciuti sapendo che la nostra terra non offriva nulla”. Eppure di casa gli manca “la gente, quel reale mix di culture mediterranee”. Non “la Palermo turistificata di ora”, dice riferendosi al fatto che  alcuni modi di fare, vivere e parlare cercano di adattarsi ai gusti dei “turisti occidentali e dei ricchi investitori internazionali”.

A Martina ciò che manca è “l’estetica della quotidianità, le sensazioni fisiche di essere lì, come i suoni, i colori del cibo e delle strade.” Ciò che non le manca è la cosiddetta “cazzimma“, un concetto tutto napoletano per descrivere un atteggiamento di prevaricazione, di farsi furbi a discapito del prossimo. Spiega che si è sempre opposta ad avere la cazzimma: “In tutti gli ambienti che ho frequentato e in tutti i lavori che ho fatto. Non mi piace la parlata che seduce per un tornaconto personale. Qui al Nord, non trovo tanta cazzimma e sono proprio io ad averla.”

Tra il 2000 e il 2024 circa 580 mila laureati si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord. Nell’ultimo anno accademico erano circa 70mila studenti meridionali, su 521 mila totali, in uscita verso il Centro-Nord, circa il 15% degli studenti al primo anno di università. La scelta sembra obbligata: mentre oltre l’88% di chi si laurea in un ateneo a Nord risulta occupato entro tre anni, meno del 70% di chi lo fa a Sud riesce a trovare lavoro nei territori di origine.

Qualcuno, come Alice, ha provato a tornare a lavorare giù, dopo essersi laureata all’Università di Bologna: “Avevo iniziato a lavorare a Catania ma è durato molto poco, dopo 3 settimane hanno cacciato tutti i tirocinanti, anche quelli che si erano trasferiti da fuori Regione. Quando pensi di aver trovato una bella  opportunità  che paga, cosa rara in Sicilia, devi sempre stare attenta che non ci sia una fregatura”.

Negli ultimi due anni, il Mezzogiorno ha perso 116 mila residenti. Questo “precipizio demografico”, causato dalle partenze dei suoi giovani, è la causa e l’effetto delle fragilità strutturali del Sud Italia. Tornare indietro diventa così una questione di fare i conti tra le opportunità offerte da un posto che non ti piace e tutto quello che ti manca nel posto che reputi casa. Mentre Vincenzo dice di doversi dare “un pizzico sulla pancia per seguire i propri obiettivi”, Alessia, si sente “tanto egoista” a non provare a tornare giù, “per ridare al sud e a casa mia” quello che ha imparato attraverso gli studi, con la paura di non trovare niente ad aspettarla.

Lo spiega bene Martina, che dice di pensare di tornare indietro tutti i giorni. “Qui non mi sento di appartenere, ma sono qui perché quello che amo studiare al Sud non c’è. Resto perché amo l’ambiente che vivo” ma, spiega, in verità si inorgoglisce quando le dicono che si sente la sua provenienza: “essere campana è un po’ un orgoglio”. Della consapevolezza e dell’orgoglio, solo apparentemente contraddittorio, che provoca il non appartenere parla anche Vincenzo: “Il mio accento si sente e si deve sentire. Sono orgoglioso di quello che sono e non lo voglio cambiare”.

Alice, ad esempio, dice che se all’inizio stava attenta ad attenuare il suo accento, adesso fa il contrario “cerco di marcare il fatto che sono siciliana, mi manca che non si riesca a capire da dove vengo”, come Vinz, che dice di parlare in modo diverso dopo vent’anni a Bologna, ma che attraverso “piccoli esercizi e cercando di usarla il più possibile quando torno”, cerca di non perdere l’uso della sua lingua, che non è mai stata riconosciuta come tale.

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