Quelli che bruciano i muri

Un’onda di rabbia e speranza contro i confini dell’Europa

acciò che l’uom più oltre non si metta:
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta
Divina Commedia, Inferno, Canto XXVI

La città di Ceuta, Setta nel canto dell’Inferno, si trova all’estremità occidentale della costa nord dell’Africa. Dantesca gemella di Sibilia, o Siviglia, Ceuta si affaccia sul Mediterraneo, proprio in corrispondenza dello stretto di Gibilterra. La sua superficie è di appena 18,5 chilometri quadrati e nonostante sia completamente circondata dal Marocco, tecnicamente il suo suolo è spagnolo. Lo è da centinaia di anni, da quando la città è stata conquistata prima dai portoghesi nel 1415 e ceduta poi formalmente a Madrid con il Trattato di Lisbona nel 1668.

Oggi Ceuta è a tutti gli effetti un’exclave. È, anche, completamente serrata da muri di cemento, barriere di metallo e filo spinato. Le sue acque costantemente pattugliate dalla Guardia Civile Spagnola. Per proteggere – così secondo la Spagna – questo piccolo spazio europeo in terra d’Africa.

Dall’altra parte del muro, o poco più in là lungo la costa, la prospettiva è molto diversa. Mentre Ceuta si fortifica sempre di più, centinaia di marocchini e nordafricani, per la maggior parte giovanissimi, cercano di raggiungere le sue coste a nuoto, di scavalcare i muri che la circondano, nel disperato, inscalfibile tentativo di mettere un piede dentro l’area Schengen. Negli ultimi anni continuano a moltiplicarsi i video su TikTok con cui un’intera generazione, la GenZ, documenta questo breve ma pericoloso viaggio.

I contenuti sono migliaia, ma il format è quasi sempre lo stesso: si vedono una muta, un boccaglio, un paio di pinne, poi la costa, il protagonista che indossa l’equipaggiamento e, infine, gambe che pinneggiano nell’acqua, qualche volta un volto. Nella scena successiva, lo stesso viso è sorridente fuori dalla Casa dei Draghi a Ceuta. È il successo, l’Europa raggiunta.

Non tutti quelli che partono arrivano però a girare l’ultima scena sotto la Casa dei Draghi. Spesso gli esiti del viaggio sono drammatici. Come nel resto del Mediterraneo e lungo la vicina rotta Atlantica, anche qui si accumulano i respingimenti illegali e i morti. Secondo l’ultimo report della Ong spagnola Caminando Fronteras, nel 2025 sono stati 139 i morti sulla rotta per Ceuta, 33 erano minori.

A Ceuta li chiamano nadadores, nuotatori, e per lo più li respingono. Dall’altra parte, in Marocco, invece li chiamano haraga. “La parola haraga viene dalla radice araba di ḥ-r-q, che significa ‘bruciare’. È un termine molto usato in tutto il nord Africa – in Marocco ma anche per esempio in Algeria e Tunisia – e si riferisce a chi brucia i confini, i propri documenti o l’ordine imposto, cercando di raggiungere l’Europa o l’Occidente”. A parlare è Iflis (nome d’arte, ndr.), parte del collettivo marocchino Cadre Cagoulé e regista del film Those Who Burn, The Borders, هدوك لي حرڭوا الحدود in arabo e Quelli che bruciano, i confini in italiano, in uscita la prossima estate.

“Nel nostro modo di vedere”, spiega ancora Iflis, che ha passato gli ultimi due anni a filmare in Marocco, a Ceuta e poi in Spagna e in Europa per raccontare questa storia, “harag non significa solo attraversare o partire: è anche un atto di rivolta contro la reclusione, l’umiliazione e la violenza alle frontiere, contro le forme di dittatura, fascismo e repressione esercitate dagli Stati marocchino, algerino e tunisino”.

Immagine di Marco Piccoli.

“La mia idea con questo film”, continua, “è mostrare l’avventura dell’harag che inizia dal Marocco. Mostrare le persone che si preparano ad attraversare il confine a nuoto, di mostrarle mentre lo attraversano, mentre vengono respinte o arrestate dalla polizia marocchina e dalla Guardia Civile spagnola. Mostrare che arrivano in Europa e che vengono respinte e rimpatriate in Marocco anche dopo tempo.

Mostrare il Marocco che non si vede sulle guide turistiche, il Marocco che arriva a uccidere”. Come nel caso dei nadadores / haraga, ma anche come Abdessamade Oubalat, Abdelhakim Al-Darfidi e Mohammed Al-Rahali, uccisi durante le proteste organizzate dalla GenZ ad Agadir, a Oujda e Inzegane, Salé, Marrakech e Casablanca a ottobre 2024, in cui migliaia di persone sono scese nelle strade per chiedere riforme della sanità e dell’istruzione.

“Abbiamo girato anche con la famiglia di Mohammed Al-Rahali”, racconta Iflis. Perché è tutto connesso. Dietro il Marocco delle immagini su Instagram, dietro le foto in posa davanti ai tappeti colorati e nei Suq, c’è una realtà molto più complessa. È questa realtà a spingere molti a partire, pur consapevoli dei rischi: “Tutti quelli che partono sanno che hanno il 50 percento di possibilità di arrivare e il 50 percento di morire provandoci. Ho conosciuto ragazzi respinti 12 o 15 volte, che continuano a provare, perché quello che gli accade durante il viaggio, gli arresti, i respingimenti, le violenze, persino l’idea di morire, è comunque meglio di continuare a vivere qui senza dignità”.

Il comune denominatore di questo movimento che fa tremare le coste dell’Africa, che spinge contro i muri di Ceuta e dell’Europa, è la rabbia di migliaia di persone non più disposte a rinunciare alla propria dignità. Persone che nei muri e nelle pattuglie riconoscono i confini e le imposizioni coloniali: “La rabbia”, commenta Iflis, “è più forte della paura e della violenza”. Accanto a questa rabbia, o forse proprio nel cuore di questa rabbia, ci sono però le “fragili speranze” di una generazione, secondo Cadre Cagoulé. Fragili e tenaci speranze a cui le persone si aggrappano durante il viaggio, ma anche una volta arrivate, quando in Europa le cose non sempre diventano più facili.

Immagine di Marco Piccoli.

“Durante le riprese abbiamo seguito più di dieci persone nel loro viaggio, una volta arrivate in Europa alcune vivono in campi profughi, fanno quei lavori che accetta solo chi non ha i documenti, per venti euro al giorno, anche se lavorano raramente riescono a trovare una casa, nelle città cercano di restare invisibili, si rifugiano ai margini per non essere espulse”. Eppure, “sanno che stanno ancora resistendo, che anche questa è resistenza nella lotta per una vita migliore”, per contestare il sistema di un mondo in cui “il confronto politico avviene sui corpi degli uomini e vince chi uccide di più”.

L’onda che si abbatte contro i muri di Ceuta non si placherà. È un’onda fatta di rabbia e speranza, che si infrange sulle barriere sempre più fragili di un ordine coloniale che dovrebbe essere roba da secolo scorso. È l’onda indomabile di quelli che bruciano i muri. Nei versi della Divina Commedia è Ulisse che si lascia da la man destra la Sibilia e Setta da l’altra. Nel XXVI canto l’archetipico naufrago racconta a Dante la sua morte, trovata per amore di conoscenza, per una testarda, irrefrenabile spinta verso l’Altro e l’Altrove. Tra le stesse due coste, in un corridoio dove al posto delle Colonne d’Ercole sta oggi lo stretto di Gibilterra, risuona ancora la forza di un’identica voce.

e volta nostra poppa nel mattino, 
de’ remi facemmo ali al folle volo
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