Cronaca di una disfatta annunciata
A onor del vero, di solito sono serafico. Varco il cancello, timbro il cartellino e mi immergo nell’agglomerato di scale, corridoi e cunicoli che è il Cavalcanti, il professionale dove insegno. I ragazzi mi accolgono calorosi, mi battono il cinque, mi rivolgono dolcissime ingiurie. A volte fatico a credere che questo sia un mestiere. Ma lo è, e per giunta richiede una certa dose di abnegazione. Serve una sensibilità sismografica per intuire cosa si cela dietro gli ostinati mutismi, quale forma acquisiscano i disagi prima di detonare. Ci vuole altrettanto tatto per avere a che fare con gli occhi spesso rossi, con l’omofobia e il sessismo latenti, con il nonnismo cameratesco, con i soldi rubati che passano di tasca in tasca come in un sistema di vasi comunicanti in cui nessuno è incolpevole. Un po’ so, un po’ no. Non sono Salomone, sono solo un prof.
Mi viene incontro Angelo, il romanesco della 1aD. «Prof, pe’ me lei è tipo ‘n monaco, è sempre calmo… Però, nell’artra classe, m’hanno detto che ieri s’è ‘ncazzato propio…». Angelo ha ragione, coordino una delle classi più ingovernabili dell’istituto. Ogni lunedì è battezzato da una nuova bega. È il mio caffè amaro, la mia spremuta d’arancia. Chiama i genitori, prepara i documenti per i consigli straordinari, rispondi alle mail dei colleghi stremati. Passo con quella classe più tempo di chiunque altro e per questo, forse, posso intravedere ciò che ribolle sotto quei cappellini della Lacoste, sotto quei mohicani aerodinamici. Ci separano solo una decina d’anni: sono un po’ professore, un po’ fratello maggiore.
Ogni settimana cerco di calibrare un precario equilibrio tra benevolenza e ordine, ma sono molte le volte in cui fallisco. Pensavo che, una volta entrato a scuola, avrei insegnato, e invece c’è tutto da imparare. Sarebbe bello avere la classettina diligente, quella delle gite in Europa e dei dibattiti maturi, e invece vedo i tre e i quattro subissare il registro come una massa formicolante di acari. In quei momenti la vocazione cede il passo a giochi crudeli e derisori: decretare il futuro di un ragazzo da un tema argomentativo o dal sapere, o no, che cosa commerciassero i Fenici. L’esasperazione ti fa dimenticare che hai davanti delle persone. Ricordo con che freddezza chiesi ad Esteban: «Chi chiamo per la sospensione? Mamma o papà?». Vidi i suoi occhi randagi accendersi. «Lei ha il numero di mio padre?». Non fui in grado di ribattere. Robe che nei manuali di didattica non trovi.
«Già, Angelo, ieri non è andata bene». Rivivo la scena: entro in classe, chiudo la porta, pianto le braccia sulla cattedra come un mastino, schiarisco la voce e do fiato alle trombe: «Lo scrutinio è stato un disastro, siete in una situazione terminale. Vi avevo avvertito: sarebbe bastata un’ora di studio, starsene un po’ buoni. Solo questo». Mi fissano con occhi nuovi, oggi il monaco sbotta. Sento il sangue che sale, un fischio che invade i timpani. Sono stanco di questo sisifeo tran tran, di mesi che mi alzo alle sei, di pranzi freddi trangugiati in treno dopo ore trascorse in questo squallido avamposto. Sbatto le nocche sulla cattedra digrignando i denti. Eccolo là, Torquemada, Tony Montana, il guappo dei guappi. Che vergogna a ripensarci. Mi salva un ricordo provvidenziale, certi versi di Nelo Risi: Sapessero / che disarmato è il cuore / dove più la corazza è alta / tutta borchie e lastre, e come sotto / è tenero l’istrice.

«Guardatevi. Venite da famiglie fantasma, da quartieri di merda dove non passa manco l’ambulanza. Spacciate, rubate le birre al supermercato e poi ve le scolate nel sottopassaggio prima di entrare. Vi sospendiamo per sugo di nulla, nemmeno capite se è un castigo o una vacanza». Si scambiano sguardi sorpresi, hanno capito l’antifona. «Questo è l’ultimo posto al mondo in cui qualcuno si interesserà di voi. Se volete buttare il futuro nel cesso, fate pure. Continuate a fare i clown, a venire a scuola fatti o bevuti, a portare i coltelli nei giacchetti, a rubare negli spogliatoi. So che aspettate i sedici anni per andarvene, ma ricordatevi una cosa: un giorno in più in classe è un giorno in meno sul marciapiede». Sbuffo per la fatica che la reprimenda vestita da recita mi costa. Per una volta, il silenzio tiene senza bisogno di intimidazioni. Ne approfitto subito: «E ora fuori il libro, pagina 126».
Miracolo, posso fare lezione. Per un po’ sembrano quasi una classe normale. Leggiamo La morte di Patroclo, una faticaccia immane anche solo per spiegargli il bignamino della storia. Al liceo lo leggevo integrale, con dovizia di dettagli. Qui spolpo la vicenda per non perdermi nessuno, ma il disordine già imperversa e l’attenzione si sgretola. La campanella decreta la fine della battaglia. Si infilano le cicche dietro le orecchie, sgusciano fuori dall’aula senza salutare. Anch’io filo via, insicuro della mia efficacia. Non siamo nemmeno arrivati alla scena madre.
Vado in 1aD, classe altrettanto difficile, ma più docile. Mi metto a fare lo stesso testo, però procedo in pilota automatico perché non riesco a smettere di rimuginare. Era bello il liceo, vero? Con le “figlie-di” tutte attente, i genitori plurilaureati che ti inondavano di mail riguardo il figlio infingardo e i colleghi pronti a sfoderare il sempreverde «Eh, ma questo non è da liceo, bisogna mandarlo al professionale». Ora sono io il professionale. Mi trovo dall’altra parte, ad aggiustare i difettosi. «Patroclo indossa l’armatura di Achille, ma non riesce a prendere la sua lancia: è troppo pesante per lui. È il presagio della sua sconfitta». Alcuni mi seguono; altri, spalmati sui banchi, riposano serenamente. De te fabula narratur, mi dico. Eroi senza gloria, guerrieri a metà. Basta un capriccio divino, un colpetto di Apollo sulle spalle, e tutta l’armatura si sgancia. Ma a loro non è concesso nemmeno il lusso di una morte epica.
Bussano alla porta, è uno dei bidelli. Tre ragazzi della 1aF si sono picchiati. Perché? Non si sa, non si sa mai il perché. Dovremo sospenderli, penso, mentre vado in vicepresidenza. Tra i rissosi ci sono anche quelli con i voti più alti. Le frasi dei giorni scorsi scandiscono i miei passi sugli scalini come un eco sadico e beffardo: «Visto prof? Se mi ci metto, lo so fare»; «Faccio casino, ma sono anche bravo, vero?». È stato tutto inutile, il cieco tritacarne che li attende non ammette deroghe. Entro nel loculo, pronto a sentire le solite giaculatorie che rotoleranno dalle loro lingue impastate dal tabacco.
Mi congedo da Angelo per andare in 1aF. C’è Esteban che mi aspetta alla cattedra. Mi tende un quaderno sgualcito, suggellato dall’impronta fangosa di una sneaker. Vedo un accenno di testo, interrotto da uno strappo netto. «Volevo fare la parafrasi» – mugugna – «ma non mi veniva bene e allora l’ho fatta a pezzi». Lo guardo negli occhi, lui evita i miei. C’è qualcos’altro che gli trema sulle labbra, ma alla fine il segreto gli muore in gola. Per questa volta, per tutte quelle che verranno, ci passerò sopra. Anche io, Esteban, non ne posso più. Vorrei fare tutto a pezzi, Esteban. Restiamo così, disarmati, reduci da una fraterna disfatta.




