La praxe portoghese

Tra nonnismo, rituali di integrazione e ipocrisia universitaria

La prima volta che li vidi pensai immediatamente ad un raduno di fan di Harry Potter: un gruppo di ragazzi giovani, abbigliati con mantelli neri e divise accademiche all’antica. Alcuni reggevano dei lunghi bastoni di legno (un tentativo di ricreare la scopa magica?), altri portavano il mantello arrotolato attorno al collo.

Quella, però, non fu l’ultima volta che li vidi. Durante il mio soggiorno a Lisbona iniziai a notarli ovunque: nei parchi, sui mezzi pubblici, persino nei corridoi della mia università. Mi trovavo nel parco di Campo Pequeno quando li incrociai di nuovo, solo che, questa volta, sembravano impegnati in una bizzarra attività. Alcuni di loro urlavano contro altri, e, sebbene il mio portoghese fosse ancora incerto, intuii che dovevano essere tutt’altro che parole gentili. In quel momento, la curiosità mi spinse a chiedere a uno di loro di cosa si trattasse. La ragazza a cui mi rivolsi stava gridando fino a qualche secondo prima, ma nel momento in cui iniziò a parlarmi il suo tono mutò: ora appariva incerta, quasi timida. Mi spiegò brevemente che si trattava della praxe académica, una tradizione universitaria portoghese. Nata storicamente a Coimbra e consolidatasi come vera e propria istituzione nel diciannovesimo secolo, la praxe si pone come obiettivo quello di integrare le matricole all’interno della facoltà. Si tratta di un fenomeno che ha luogo in diversi paesi: è conosciuto come hazing negli Stati Uniti, bizutage in Francia, novatada in Spagna, trote in Brasile e che in Italia è comunemente noto come nonnismo. Seppur diverse, queste realtà possiedono degli elementi in comune che rendono possibile classificarle in un’unica vasta categoria. In tutti i paesi citati gli studenti più anziani accolgono i nuovi colleghi attraverso una serie di pratiche ritualizzate, delle attività ludiche che implicano un rapporto di potere tra i due. Agli occhi di un osservatore esterno, la praxe académica può apparire come un semplice gioco o addirittura una messa in scena teatrale: ogni gesto compiuto dalle matricole (caloiros) e dagli studenti anziani (praxantes) viene infatti drammatizzato e portato agli estremi, fino a ricordare una recita.

Eppure, dietro questa pratica apparentemente puerile, si cela una struttura rigida, una gerarchia complessa e, molto spesso, vari gradi e tipologie di violenza. Appresi i dettagli più cupi di questa pratica in modo del tutto casuale, durante un pranzo con una collega portoghese. 

“Sì, alcune volte queste attività possono prendere una piega un po’ estrema… diciamo. Per esempio, alcune volte i praxantes ci lanciano uova marce e latte avariato. Oppure ci obbligano a strisciare per terra.”

A lasciarmi spiazzata non fu tanto il racconto in sé, quanto la naturalezza con cui la ragazza ne parlava, come se si trattasse della più banale normalità. Fu proprio questa totale impassibilità che mi portò ad indagare più a fondo i meccanismi della praxe portoghese. A interessarmi maggiormente erano le logiche sociali che prendono forma al suo interno: i rapporti di potere tra gli studenti, così come i complessi processi di integrazione e di esclusione che essa necessariamente implica. Ho iniziato così a confrontarmi con altri studenti portoghesi, molti dei quali avevano preso parte a queste attività, e da tutti emergeva il medesimo concetto: la praxe è completamente facoltativa, la scelta di aderirvi è personale. Al tempo stesso, però, mi veniva ricordato che prendervi parte è fortemente consigliato, se si desidera essere inclusi nella vita accademica e sociale della facoltà. La domanda sorge quindi spontanea: quando l’appartenenza sociale di uno studente dipende in gran parte dalla sua partecipazione a questo rituale, si può veramente parlare di libera scelta?

La legittimità di questo quesito mi fu subito confermata dai miei colleghi, che, quando interrogati sull’argomento, ammisero di nutrire i miei stessi dubbi. Un ragazzo partecipante, Diogo, si mostrò particolarmente consapevole delle dinamiche di esclusione create dal praxe. “Alcune volte si crea una grande divisione tra le persone che fanno parte della praxe e persone che non ne fanno parte… e questa cosa mi rattrista parecchio”. L’esistenza di questa dinamica non è casuale, ma ha motivazioni sociologiche ben precise. Citando un concetto chiave de I riti di istituzione di Bourdieu, “ciò che conta è la linea”, ovvero il confine di demarcazione che separa chi ha compiuto il rito da chi non lo ha compiuto. La praxe fa proprio questo: separa simbolicamente i partecipanti dai non partecipanti. E non solo: divide i nuovi arrivati dagli studenti anziani, i caloiros dai praxantes. In un certo senso, conferisce struttura, mettendo ognuno al proprio posto, ogni cosa esattamente dove dovrebbe essere. In un mondo in cui i giovani adulti si devono costantemente interfacciare con una moltitudine di incertezze e precarietà, la praxe dona una stabilità confortante.

Ciononostante, questo bisogno di certezze non può da solo giustificare la completa accettazione del rito da parte degli studenti, soprattutto quando si scopre quanto realmente violente possano essere alcune praxe. Violente a tal punto da essere, nei casi più estremi, addirittura fatali. La tragedia di Praia do Meco è uno di questi casi. Nella notte tra il 14 e il 15 dicembre 2013, sei studenti universitari hanno perso la vita in mare. Sebbene l’incidente sia avvenuto al di fuori delle cerimonie ufficiali di praxe, le indagini hanno rivelato come il gruppo stesse eseguendo rituali legati alla gerarchia accademica. Questo caso, purtroppo, non è stato né il primo né l’ultimo di questo tipo. Anche senza prendere in considerazione i casi più estremi, dai racconti degli studenti emergono altri tipi di violenze, molte delle quali oltrepassano i confini del rituale stesso per poi insediarsi nella vita quotidiana dei partecipanti. Esistono episodi documentati di crudeltà, abuso e bullismo che hanno avuto luogo sia all’interno dei praxe sia all’esterno. “Alcuni praxantes pensano di avere potere anche al di fuori del rituale. Al punto che, se sei una matricola e incroci il loro sguardo nei corridoi, ti urlano contro”, mi confida la mia collega Inês. Un’altra studentessa, Carla, racconta di come nell’università di Santarém, per un certo periodo, le matricole fossero state costrette ad indossare un bavaglino da neonato in pubblico, anche al di fuori degli eventi di praxe. L’aspetto più interessante è che spesso coloro che perpetrano queste violenze sono individui dotati di un alto capitale culturale. Sono gli stessi ragazzi che organizzano congressi per promuovere l’importanza della salute mentale, che condividono campagne contro la tradizione della corrida, che studiano scienze sociali e si autoproclamano “progressisti”. Tutto ciò fa pensare immediatamente a un fenomeno di dissonanza cognitiva: per accettare la profonda contraddizione tra il sistema di valori in cui credono e i loro comportamenti violenti, questi ultimi vengono giustificati nel nome della tradizione, oppure legittimati in quanto semplici messe in scena. Nel suo saggio Frame analysis, il sociologo Erving Goffman sostiene che gli esseri umani interpretano la realtà inserendola in “cornici di contesto”. Attraverso un processo definito keying, gli individui traslano attività reali in cornici diverse da quella primaria, attribuendo loro un nuovo significato. Una di queste manifestazioni consiste nel percepire un’azione compiuta come fittizia, nient’altro che un’ imitazione della realtà che, in quanto tale, non ha alcuna conseguenza pratica. Questa strategia di neutralizzazione si è palesata parlando direttamente con un praxante, João. Dalle sue parole emerge come, a detta sua, si tratti unicamente di una recita, una drammatizzazione ludica che non ha un reale impatto sulla vita degli studenti: “per essere nella praxe, devi accettare che siamo tutti parte di un grande teatro […] È come una performance”. Questa percezione non è condivisa solo dai praxantes, ma anche dalle matricole interrogate. Ricorrendo a frasi come “tutti stanno interpretando un ruolo” o “è tutto parte del gioco” mentre si faceva riferimento ad attività di fatto umilianti, gli studenti trasformavano la drammatizzazione in una legittimazione simbolica. A questo si aggiunge la tacita complicità dell’istituzione universitaria, che contribuisce a normalizzare la praxe agli occhi degli studenti. La funzione della stabilità, la dinamica della performance, il ruolo dell’istituzione, sembrano tutti i pezzi finali di un puzzle di per sé già molto complesso. Eppure, manca un ultimo tassello, un elemento essenziale per comprendere appieno cosa spinga davvero gli studenti a partecipare. 

La praxe fa qualcosa di unico: fornisce ai giovani portoghesi un’esperienza emotiva intensa e condivisa. Per capire come questo accada, è utile guardare alla teoria dei rituali di interazione del sociologo Randall Collins: un rituale ben eseguito funziona da “amplificatore di emozioni”, un meccanismo che culmina in una sensazione di effervescenza collettiva. È proprio questa energia emotiva a ricompensare i membri per la loro partecipazione e quindi a motivarli a prendere parte alle attività. Ma i rituali, secondo Collins, fanno anche altro: infondono un significato simbolico in oggetti, persone e situazioni quotidiane. Quando questo accade, l’oggetto stesso diventa un collante tra i membri del gruppo, ne rafforza l’identità. Nel caso della praxe, l’esempio più lampante di questa trasmutazione simbolica si può individuare nel traje, l’abito accademico portoghese, che di fatto viene indossato quasi esclusivamente dai praxantes. Dalle conversazioni con i miei colleghi è emerso come questa non costituisca un semplice codice di abbigliamento, bensì un vero e proprio significante sociale. Una studentessa non partecipante mi confessò che la prospettiva di indossare la divisa le aveva quasi fatto cambiare idea sull’eventualità di aderire: “Alla fine del primo anno di praxe puoi indossare il traje, per le ragazze si tratta di una bella gonna nera e una camicetta. Molte persone prendono parte proprio per questo, sai.” Se cammini per l’università indossando una camicia bianca e una giacca nera, stai comunicando al mondo la tua appartenenza a una specifica élite accademica. Stai tracciando, ancora una volta, la linea di demarcazione bourdieusiana, quel confine che divide “noi” da “loro”.

Ma la praxe stessa è un unico, grande ecosistema simbolico. Mi ricordo lo sguardo della mia collega Anita illuminarsi mentre spiegava cosa il rituale rappresentasse per lei: “Da come la vedo io, la praxe è il ciclo della vita. Dopo il primo mese di praxe c’è il battesimo, nel quale veniamo letteralmente immersi nell’acqua di una fontana al fianco di una finta “madrina” o un finto “padrino” che dobbiamo scegliere all’inizio. Poi, il primo anno si conclude con l’enterro, ovvero un funerale simbolico, che rappresenta la morte del ruolo di caloiro e la rinascita come praxante.” Dopo aver finito di parlare, Anita fece una pausa riflessiva. Poi, mi chiese a bruciapelo se mi sarebbe piaciuto assistere all’ultimo evento praxe dell’anno accademico.

Due giorni dopo, eccomi nel campus della mia università, circondata da un centinaio di persone, se non di più, tutte rigorosamente abbigliate con mantelli neri e camicie bianche. Estasiante, questo è il primo aggettivo che mi sfiora le labbra quando devo descrivere l’esperienza che ho vissuto. I praxantes (e alcuni caloiros) erano suddivisi in base alla loro facoltà (ancora una volta, “noi” e “loro”), con l’obiettivo di provocarsi a vicenda e sfidare gli altri corsi a suon di canzoni goliardiche. Mentre cantavano, ecco che i loro corpi si muovevano a tempo, fondendosi in una suggestiva onda armonica. Furono l’energia con cui cantavano a squarciagola e il vigore impresso in ogni movimento a restituirmi la percezione di quanto questa pratica fosse totalizzante per loro. Alla fine di quel “momento di effervescenza collettiva” le distanze tra i membri dei gruppi si azzerarono: alcuni iniziarono ad abbracciarsi, altri a piangere, altri ancora a baciarsi. Sebbene fossi partita prevenuta, intimidita dai racconti di abuso di potere e di violenza, quel giorno compresi la vera forza della praxe. Capii perché la maggior parte degli studenti accetti di scendere a compromessi con l’assurdo, con la gerarchia, l’umiliazione, e addirittura con l’eventualità che si verifichino vere e proprie violenze. Il sipario della recita si chiude con lacrime e un applauso scrosciante, ma la domanda che mi ero posta all’inizio rimane sospesa: di fronte alla promessa di connessione umana e accettazione profonda, si può davvero essere liberi di dire di no? 

spot_img

Altri articoli

Rumore

Ascoltare il rumore di fondo

E allora forse vale la pena fermarsi davvero, almeno una volta, e ascoltare quel rumore di fondo...
Corpi

Corpi che non tornano in ordine

Magnifiche devianze ai confini della norma Nella parete sinistra della Cappella degli Scrovegni a Padova c’è una donna,...
Muri

Quelli che bruciano i muri

Una storia di muri e confini e che separano l'Europa dall'Africa, nello specifico a Ceuta che, circondata...
Patroclo

Patroclo a pezzi

Leggiamo La morte di Patroclo, una faticaccia immane anche solo per spiegargli il bignamino della storia.