Rabbia – Editoriale N.11

“Tutti vedono la violenza del fiume in piena, nessuno vede la violenza degli argini che lo costringono”, scriveva Bertolt Brecht nella poesia Über die Gewalt. Tra i molti sensi che si possono attribuire a questa frase, uno dei più interessanti è che lo spavento generato da una forza naturale che scorre fa più clamore, mentre la censura operata dall’uomo rappresenta una minaccia silente ben più grave.

Per anni non ho parlato con un mio amico perché ero arrabbiato con lui. Dopo circa tre lustri ricordo ancora perfettamente tutti i torti subiti al liceo. Non so quante sono le volte in cui ho rinunciato a infuriarmi, sapendo che poi avrei dovuto fare anche lo sforzo di calmarmi.

Tutti noi sperimentiamo cosa sia la rabbia: è una delle emozioni più istintive e spontanee che l’essere umano possa provare. Eppure, attraverso un lavoro di cesello che parte dalla prima infanzia, passa per la scuola e arriva fino all’università e al lavoro, la rabbia viene costantemente scoraggiata, censurata, castrata, svilita, imbavagliata.
È così che si stacca la spina alla più grande fonte di cambiamento delle società umane.

L’inverno del nostro scontento – citando impunemente Steinbeck – può essere legato a problemi personali, ma molto spesso nasce da un mondo che non ci soddisfa, da una vita che ci affligge, da una società che nega i nostri stessi principi morali e i nostri bisogni materiali.

Nel corso delle nostre vite ci hanno insegnato a non alzare la voce, a non reagire scompostamente, a non lasciarci mai andare a reazioni spontanee, pena il dileggio o, peggio, la punizione da parte del sistema.

Quello che sarebbe bene ricordare oggi è che la rabbia può essere un elemento creatore, come il polemos di Eraclito, ma più spesso è anche un termometro sociale. Se si continua a ignorare un sentimento di protesta, questo si diffonde e si inasprisce, come una pentola a pressione che, lasciata troppo a lungo sul fuoco, finisce per esplodere.

L’idea di questo numero parte da qui: essere la valvola di sfogo, il fischio del vapore che trova forma nelle parole e nei pensieri dei tanti autori che hanno contribuito con i loro scritti e le loro illustrazioni a dare voce e forma a un sentimento che oggi la società, più che valorizzare, tende a stigmatizzare. 

È il caso di Omar Privitera, che racconta il dramma di essere docente in un istituto professionale; di Camilla Cimatti , che scrive dei Kneecap, collettivo rap a metà tra i Wu-Tang Clan e Ken Loach e capace di raccontare, con la forza del gaelico, la rabbia sociale dei giovani di Belfast; e di Ludovica Tata, che attraverso un percorso che parte da Giotto e dalla Cappella degli Scrovegni arriva fino alla performance di Maja Smrekar, divenuta nemica politica dell’estrema destra slovena a causa della sua arte.

Questo numero vuole mostrare come la rabbia, che nei nostri tempi trova spesso espressione nefasta nella politica dispotica, nella violenza e nelle guerre, può essere anche altro. Vuole dimostrare che i pugni dati al muro possono trasformarsi in picconate. Colpi precisi contro quel mondo che oggi ci fa arrabbiare. Colpi che potrebbero portare alla luce il vero tesoro:

la libertà di essere, veramente.

spot_img

Altri articoli

Rumore

Ascoltare il rumore di fondo

E allora forse vale la pena fermarsi davvero, almeno una volta, e ascoltare quel rumore di fondo...
Corpi

Corpi che non tornano in ordine

Magnifiche devianze ai confini della norma Nella parete sinistra della Cappella degli Scrovegni a Padova c’è una donna,...
Muri

Quelli che bruciano i muri

Una storia di muri e confini e che separano l'Europa dall'Africa, nello specifico a Ceuta che, circondata...
Praxe

La praxe portoghese

Mi spiegò brevemente che si trattava della praxe académica, una tradizione universitaria portoghese. Nata storicamente a Coimbra...