Corrado Formigli: “La rabbia è necessaria, ma deve restare non violenta”

Dall’indignazione di un post alla rabbia come resistenza politica

Corrado Formigli si definisce fiorentino, pur essendo nato a Napoli nel 1968. A Firenze ha mosso i primi passi nel giornalismo e con la città conserva un legame profondo. “Dei fiorentini ho tutti i difetti”, afferma con ironia. Tra le qualità che gli vengono riconosciute, però, c’è certamente la coerenza con cui da oltre trent’anni porta avanti il proprio lavoro: un giornalismo fondato sull’inchiesta, sulla ricerca delle fonti e sulla convinzione che raccontare la realtà significhi prima di tutto comprenderne la complessità.

Dal 2011 conduce Piazzapulita su La7, uno dei programmi di approfondimento politico più riconoscibili e seguiti del panorama televisivo italiano. Prima ancora di essere conduttore, Formigli è stato inviato: ha raccontato guerre, crisi internazionali e cambiamenti politici direttamente dai luoghi in cui gli eventi accadevano, costruendo una visione del giornalismo come mestiere sul campo, fatto di esperienza pratica e verifica dei fatti, prima ancora delle ideologie e dei pregiudizi.

Questa impostazione lo ha spesso portato a confrontarsi in modo critico con il potere politico. Negli ultimi anni ha avuto rapporti particolarmente tesi con Giorgia Meloni e con alcuni esponenti dell’area di Fratelli d’Italia, soprattutto in seguito a inchieste e approfondimenti dedicati alla destra italiana. Un aspetto che, tuttavia, Formigli considera parte naturale del lavoro giornalistico: mantenere uno sguardo indipendente anche quando questo comporta attriti con chi governa.

Corrado Formigli intervistato da Giovanna Zucconi nel Teatro di Anghiari

Ospite del Festival dei Cammini di Francesco ad Anghiari, in dialogo con Giovanna Zucconi, Formigli ha affrontato il rapporto tra verità, memoria e narrazione in un tempo segnato dalla propaganda e dalla disinformazione. Un tema che attraversa tutta la sua carriera e che si lega profondamente alla sua idea di giornalismo: non quello delle risposte immediate e delle contrapposizioni nette, ma quello capace di restituire la complessità.

Secondo Formigli oggi il dibattito pubblico rischia infatti di dividersi sempre più tra “giudicanti” e “raccontanti”. Molte persone, soprattutto sui social, tendono a esprimere giudizi su temi di cui spesso conoscono poco, trasformando ogni questione in una scelta di campo obbligata tra posizioni opposte. Per il giornalista, invece, il compito dell’informazione è proprio quello di resistere alla semplificazione: “Restituire la complessità è l’unica salvezza del nostro mestiere”.

Il tema torna anche nel modo in cui racconta la guerra e la propaganda. Formigli ha ricordato un episodio legato alla guerra in Ucraina e a un’immagine ricevuta dal fotoreporter Gabriele Micalizzi durante l’assedio di Mariupol: una fotografia terribile, utilizzata per sostenere versioni contrapposte del conflitto. Il punto, per il giornalista, non è negare l’orrore mostrato da quell’immagine, ma chiedersi cosa ci sia prima e dopo quel fotogramma, chi lo abbia prodotto, in quale contesto sia nato. La guerra è un contesto disumanizzante e assolutizzante, dove è necessario tenere insieme elementi a volte contrapposti per restituirne una visione completa.

“Il giornalista serve a questo – spiega il conduttore – a non fermarsi all’immagine, ma a dare un contesto, a esprimere un dubbio”. In un mondo in cui milioni di contenuti circolano ogni giorno senza verifica, il rischio è che la prima impressione sostituisca la conoscenza.

Proprio per questo Formigli guarda con preoccupazione al rapporto tra informazione e trasformazione digitale. L’intelligenza artificiale, secondo lui, rende ancora più difficile distinguere il vero dal falso: immagini e video sempre più realistici possono diventare strumenti di manipolazione. Per contrastare questo fenomeno servono professionalità, tempo e risorse, elementi che oggi il sistema dell’informazione fatica sempre più a garantire.

Qui entra in scena il tema dei giovani: Formigli ha affermato di aver lavorato, nel corso della sua carriera, con tantissime ragazze e ragazzi. “Sono estremamente preparati, molto in gamba, hanno uno sguardo fresco sulle cose, ma entrano all’interno delle redazioni dei giornali e perfino in tv con contratti un po’ così, arrabattati… stage, contratti a termine, collaborazioni esterne. Sono condizioni economiche precarie che impediscono a queste persone di svolgere e maturare nella professione come abbiamo potuto fare io e colleghi della mia generazione”.

Da qui nasce anche una riflessione sul ruolo degli inviati e sul valore del lavoro sul campo. Per Formigli, vedere un luogo, conoscere il contesto, parlare con le persone resta insostituibile. I social possono offrire frammenti, ma raramente raccontano ciò che sta intorno a quei frammenti.

Ed è proprio da questa idea di realtà, verificata e vissuta fuori dagli schermi, che nasce la riflessione di Formigli sulla partecipazione politica. Se il giornalismo deve uscire dalle semplificazioni, anche il dissenso, secondo lui, deve ritrovare una dimensione concreta e collettiva.

È proprio questo il punto di partenza della conversazione nata attorno all’ultimo numero di RatPark Magazine, dedicato alla rabbia: come trasformare il disagio individuale in partecipazione collettiva?

Negli ultimi anni sembra esserci una crescente difficoltà a esprimere pubblicamente il dissenso. Secondo lei, perché oggi è così complicato trasformare la rabbia in partecipazione politica?

“Il vero problema è trovare il coraggio e l’energia necessari per partecipare. Più che un’impossibilità di esprimersi, vedo una tendenza a farlo troppo poco.

Sono molto confortato dalle piazze piene, quelle fisiche, da quelle che abbiamo visto anche in occasione del referendum. Mi danno speranza. Spero che presto anche i miei figli partecipino e imparino a esprimere il proprio dissenso.

L’interesse della politica è opposto. È chiaro che desidera farci rimanere tutti a casa, intenti a scorrere contenuti sul telefono e a consumare brevi video in solitudine, invece di confrontarci e partecipare alla vita collettiva.

Quello che dico è: arrabbiatevi. La rabbia è una forza importante quando nasce dall’ingiustizia o dal desiderio di cambiare le cose. Ma deve sempre rimanere non violenta. Rabbia sì, violenza mai”.

Formigli insieme a David Gori, presidente della Fondazione Progetto Valtiberina

Dare spazio al conflitto, quindi, senza per questo alimentarlo. Raccontare le ingiustizie senza rinunciare al rigore, difendere la realtà in un’epoca in cui spesso le opinioni arrivano prima dei fatti. La postura del giornalista è quella di chi per primo interroga i fatti e solo in un secondo momento le proprie opinioni su di essi. Un distacco che può essere una lezione utile anche per combattere la polarizzazione del presente.

Per scegliere non solo le proprie battaglie, ma anche le armi, non violente, da mettere in gioco.

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