Corpi che non tornano in ordine

Magnifiche devianze ai confini della norma

Nella parete sinistra della Cappella degli Scrovegni a Padova c’è una donna, intimamente corrosa e inquieta. Ha i capelli sciolti e lunghi, liberi da decorose e strette acconciature, le vesti lacerate da un gesto risolutivo delle mani che parte dal centro del petto e lo lascia nudo. Lo sguardo è altrove, socchiuso, il viso teso e la testa abbandonata all’indietro. La si può osservare con angoscia consumarsi in un apparente delirio. È la rappresentazione dell’ira, dipinta da Giotto. 

A lei si contrappone sull’altra parete, con l’intenzione di mostrare come trattare il morbo della collera per riabbracciare la beatitudine, la temperanza. Si presenta come una figura femminile ben eretta, con una lunga tunica e un cappuccio che incornicia i morbidi lineamenti del volto, mentre le mani portate al ventre trattengono una spada ancora legata nelle fasce. Non ha bisogno di dimenarsi con movimenti confusi, tanto meno di ricorrere alla violenza per reagire alle ingiustizie della vita, tendenzialmente perché non ne è oppressa. È bella, pudica, calma, desiderabile. 

“Cool girls never get angry” ci ricorda infatti Rosamund Pike in Gone Girl di David Fincher, altrimenti ci si scontra con la moralizzazione, la criminalizzazione o la medicalizzazione dell’emotività, con il sabotaggio e l’esclusione di quel corpo.

Nel terzo tomo de’ L’iconologia (1593), lo storico dell’arte Cesare Ripa descrive l’ira come una giovane donna robusta di carnagione rosso scura, spalle grandi, faccia gonfia, occhi rossi, naso acuto e narici aperte: “Sarà armata e per cimiero porterà una testa di orso, dalla quale n’esca fiamma e fumo. Terrà nella destra mano una spada ignuda, e nella sinistra avrà una facella accesa, e sarà vestita di rosso”. E specifica poco dopo come il fuoco che fuoriesce dalla testa dell’animale sottintenda il turbamento dell’animo, la spada la sete di vendetta, mentre il gonfiore del viso sia conseguenza del ribollire del sangue che trasforma il corpo e talvolta rende cieche e con la schiuma alla bocca. 

Nel fantastico compendio barocco, le allegorie vengono spiegate con delle figure umane e seguono le riflessioni aristoteliche sulla gerarchia delle emozioni. Per raggiungere l’ideale della verità e della vita onesta bisogna accantonare ogni velleità di ribellione. 

Illustrazione di Esther Palandri

La rabbia è considerata dirompente, irritante e potenzialmente dannosa per l’individuo ma specialmente per la società in cui vive, e per questo deve essere regolata dalla ragione e dalla sottomissione alle autorità costituite. 

Tuttavia, secondo Aristotele, solo alcuni erano dotati di ragione, in particolare gli uomini, liberi e potenti. Con poca sorpresa, nel trattato di Ripa, per le disposizioni dell’animo più “pericolose” e terrifiche, come la bruttezza umana, la miseria, la cecità della mente vengono scelti corpi di donne, malate, deformi, povere. Mentre le forme di violenza perfettamente consone con il sistema di dominio, come l’adulterio, il castigo, il furore vengono tradotte con dei corpi maschili giovani e prestanti. 

Nei suoi Pensieri, Marco Aurelio definisce gli scatti di rabbia come poco virili; un “comportamento oscuro, effeminato, duro, bestiale, brutale, infantile, codardo, ambiguo, buffonesco, truffaldino, tirannico”; un abbandono della buona partecipazione sociale; un allontanamento dalla Natura universale, che è il fondamento della temperanza, della giustizia e della verità. La patologizzazione della rabbia e la femminilizzazione del dissenso hanno quindi radici assai profonde nella cultura occidentale.

Nel corso dei secoli si cristallizza la convinzione che i corpi fuori dall’ordinario incarnano ciò che è inutile, disumano e potenzialmente distruttivo. Le soggettività resistenti, queer, razzializzate, disabili, carcerate, rappresentano l’orrore per eccellenza e gli sguardi che si posano su di esse costituiscono le loro identità. 

Proprio la relazione tra diversità e inferiorità giustifica la violenza agita su quei corpi, li rende improduttivi e minacciosi, ed è alla base della logica colonialista. Le persone oppresse vengono categorizzate come ostili, rabbiose a priori. A tal proposito, la filosofa turco-tedesca Seyda Kurt si domanda come tessere nuove trame dell’odio e della violenza. Come attivare la rabbia per organizzare la resistenza contro il disciplinamento dei corpi? Come immaginarla contro-potere nei confronti dello status quo e spazio di fiducia decolonizzato?

Secondo Moshtari Hilal, artista tedesca di origine afghana, la bruttezza è una categoria politico-economica strettamente legata alla razzializzazione degli individui. Infatti, chi subisce le disfunzionalità di questo imperialismo culturale tende a odiare il suo corpo e imitare quello di chi lo opprime, decretando il successo politico del concetto universale e postmoderno di bellezza (bianca, magra, abile), che ha alla base l’umiliazione e la disumanizzazione dei corpi non-belli. Hilal sostiene che lo scopo non è nemmeno il raggiungimento di una forma specifica, ma assaporare finalmente la normalità attraverso modifiche continue che concedono sicurezza e invisibilità. Vivendo in una società che stigmatizza qualsiasi forma di variazione, ciò che provoca disgusto reale è ciò che scuote l’ordine e le regole. 

L’alterità che sconfina i criteri della norma suscita un forte rifiuto. E più la miseria, l’animalità, l’improduttività vengono palesate nell’Altro, tanto più si corre lontano per paura di un’associazione con chi viene sputato via da questa realtà.

Nel panorama neoliberale contemporaneo molte emozioni vengono domate, soprattutto quelle che conservano una capacità trasformativa. Così, con l’obiettivo di ribaltare le concezioni sedimentate di normale e patologico, diventa impellente immergersi nelle sperimentazioni di nuove corporeità, sessualità, stili di vita: dimensioni in cui la rabbia delle soggettività e comunità marginalizzate, interiorizzata e forgiata nella sofferenza, può essere sottratta all’annientamento e, anzi, divenire azione politica.

“Vogliamo disegnare l’avvenire a nostra immagine, e quest’immagine non è sempre solo bella” e conciliante, aggiungo alle parole della filosofa Rosi Braidotti, tra le voci più autorevoli sulla soggettività e il postumano.

A febbraio 2025 lo Slovenska demokratska stranka (SDS) – che, a dispetto del nome, rappresenta la destra slovena più conservatrice – propone un referendum abrogativo del decreto sulle pensioni speciali per artisti meritevoli. La riforma prevede delle pensioni integrative per artisti vincitori di premi prestigiosi. Secondo l’ex primo ministro Janet Janša, leader di SDS, l’arte è pericolosamente contaminata da modelli “degenerati” e squilibrati; che probabilmente non sarebbe “ragionevole” sostenere economicamente. 

I manifesti della campagna fascista raffigurano senza consenso l’artista Maja Smrekar, vincitrice del premio Prešeren (che assicura le suddette integrazioni), durante una sua performance. 

Il proliferare delle immagini propagandistiche ha scatenato un panico reazionario di enorme portata e l’artista ha dovuto subire per mesi insulti, minacce, attacchi misogini e di puro odio. Hybrid Family si inserisce nell’ampia serie dal titolo K-9_topology, una forte dichiarazione eco-transfemminista che vede il corpo come spazio del possibile, dove poter immaginare futuri condivisi interspecie. 

Smrekar, attraverso un allenamento specifico (quasi un addestramento per rendere il corpo meraviglioso anziché docile), si auto-induce la lattazione senza alcuna gravidanza. Dopo un rigoroso periodo in isolamento, allatta al seno una cucciola di cane in un’esibizione pubblica. 

Nell’opera, la condizione umana – così come l’ordine sociale – viene sfidata e i confini della specie sono ridiscussi. Il mito fondativo della civiltà romana è ribaltato e il concetto di maternità esteso oltre il lavoro di riproduzione sessuale; viene esplorata una parentela generata nella cura e nella cooperazione. Tutto ciò turba lo sguardo collettivo, che reprime duramente la proposta di scompiglio non richiesta. Smrekar incontra comunque una larga solidarietà internazionale: viene fondata una piattaforma per monitorare questo e altri casi di censura simili, e aiutare l’artista con le spese da sostenere per la causa aperta contro l’SDS.

Hybrid Family sogna un corpo che integra la resistenza alla catastrofica realtà post-capitalista e crea relazioni contaminate, potenti e proibite, in un nuovo mondo mostruoso e magnifico.

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