Eau de Grenouille: la fragranza perfetta per (non) essere amati

Profumo – Storia di un assassino: perché riguardare il film può raccontare qualcosa di noi


Il cinema esplora l’essere umano, la realtà e l’immaginazione, ponendoci in dialogo con l’Altro e con noi stessi. In quanto forma d’arte, crea occasioni per proporre spazi di libertà e di interrogazione, innescando un’esperienza di riflessività capace di trasformarci, di farci vivere ed esperire diversamente. Profumo – Storia di un assassino (Perfume: The Story of a Murderer) è la pellicola diretta da Tom Tykwer tratta dal romanzo Il Profumo (Das Parfum) di Patrick Süskind; a vent’anni dall’uscita nelle sale cinematografiche si rivela, anche oggi, occasione di riflessione.

Il profumo perfetto e l’estetizzazione della violenza

Una fragranza è capace di evocare un ricordo di un luogo a noi caro, di una corsa in un campo di grano, di un gustoso boccone, sino a farsi lacrima quando, inaspettatamnte, avvertiamo il profumo dell’Altro e si palesa il volto di qualcuno a cui vogliamo bene. In Profumo, il protagonista, Jean-Baptiste Grenouille, nasce dotato di un olfatto assoluto, ma scopre di non possedere un odore proprio. È il sintomo di un’assenza che sembra rivelare mancanze profonde: individualità, memoria e possibilità di esistere per sé e gli altri. Per colmare questo vuoto, Grenouille assassina tredici donne ed estrae l’odore di ognuna sino a distillare il profumo perfetto; l’unico artificio che gli offre l’opportunità di essere amabile.

Nel film, il linguaggio cinematografico contrasta l’azione violenta rappresentando i cadaveri come nature morte in un dipinto. Nel primo omicidio, l’inquadratura si focalizza sul candore luminoso della donna dai capelli rossi e sulle linee curve, sinuose e delicate della figura, esaltandone l’integrità senza alcuna deformazione. Nella composizione dell’ultima vittima, il corpo giace tra le pieghe del letto come nel panneggio di un dipinto classico, avvolto da fasci di luce abbagliante. La brutalità dell’atto è disinnescata da canti angelici, sfumature cromatiche calde e dorate, che evocano il rassicurante calore del focolare, delineando toni sacrali nella creazione dell’essenza. Emerge una sublimazione capace di rendere l’omicidio un accidente collaterale, dove la bellezza formale converte il delitto in immagine da contemplare.

Artwork di Claudia Pierantoni

Le maschere oltre l’unità.

Jean-Baptiste Grenouille crea il profumo perfetto per suscitare l’adorazione della folla e per rispondere all’istanza ontologica di un’inesistenza olfattiva che condanna il soggetto alla privazione di un Io. Tale “spettralità” identitaria preclude la possibilità di costruire un legame con l’Altro.

L’edificazione della maschera si mostra esigenza e si rivela un costrutto intimamente umano. Sin dalle origini del teatro antico, la maschera definisce la persona, è lo strumento con il quale ci presentiamo al mondo nella maniera che riteniamo funzionale. Ci manifestiamo anche attraverso le maschere definite dalle fragranze che indossiamo.

Nel Visconte Dimezzato, Il visconte Merardo, alla conclusione, “ritornò uomo intero, né cattivo né buono, un miscuglio di cattiveria e bontà, cioè apparentemente non dissimile da quello ch’era prima di essere dimezzato.” (Calvino, 2014: 84). Il concetto di un’identità, monolitica e unitaria, si configura come un’insidiosa linea di confine, incapace di restituire la complessità di un soggetto sfumato da ambivalenze.

La ricerca di un’architettura interna che ci orienti fornisce un appiglio apparentemente saldo. Siamo esseri in trasformazione, adattivi e autopoietici, in costante ibridazione con la biosfera che abitiamo: un puzzle continuamente riassemblato: nuovi tasselli levigati dalla memoria e dalla rielaborazione dei nostri comportamenti negli incontri che viviamo, nei luoghi che conosciamo, nelle occasioni che si presentano. Un puzzle nel quale entrano prepotenti i tasselli forgiati dalle memorie degli altri su noi stessi.

Se l’identità è definita anche da come questi ricordano e rielaborano le nostre azioni, la capacità di intercettare le memorie altrui, e collocarle nel nostro mosaico, dipende inevitabilmente dall’esistenza di un legame. La mancanza di un odore personale impedisce a Grenouille di essere riconosciuto? Conseguentemente: compromette anche la possibilità di riconoscersi come individuo? Con la ricerca indefessa del profumo perfetto, con il definirsi dell’identità, Grenouille non cerca altro che potersi rendere amabile?

L’enfleurage contemporaneo: la fabbrica della desiderabilità

Come Grenouille ci scopriamo camaleonti, impegnati a ridipingere i colori della nostra identità secondo le cromaticità che il presente riconosce e premia. Il bisogno di validazione, il timore dell’autenticità nella trasparenza e dell’invisibilità nella non-esposizione offuscano la singolarità della persona, previlegiando l’esposizione della forma più apprezzabile. In questa continua rielaborazione dell’Io, la finzione può tradursi nella creazione di un simulacro capace di sostituirsi all’individuo da cui ha avuto origine.

La globalizzazione e la pervasività dei media amplificano tale dinamica: immersi in un magma di modelli a cui ispirarci o da cui distinguerci, offriamo al palcoscenico del mondo la performance migliore. Una teatralizzazione che trova nei social media un terreno previlegiato di espressione, in cui il Sé si materializza nella cura ossessiva dei feed, nella selezione attenta di fotografie prive di imperfezioni, nell’ibridazione con i filtri digitali, nella ricerca di like, commenti e follower. Sospesi tra sensazioni di iperconnessione e solitudine, tra l’ostentazione pubblica e l’opacità interiore, ci assembliamo e ci pesiamo sulla bilancia del gradimento sociale.

L’estetizzazione della violenza inscenata nel film, che delinea i corpi come strumenti per la realizzazione del profumo, trova una risonanza contemporanea nelle pratiche di alterazione del corpo piegate alle esigenze della perfettibilità. È in questo scenario che il trend della morning shade routine, che comprende vari strati di maschere, bendaggi, cerotti e dispositivi da indossare durante la notte avvolgendo il viso in una costrizione prolungata, si delinea come uno tra gli esempi più calzanti. Un procedimento che richiama, pur in forme e finalità differenti, quello di Grenouille, intento a fasciare i corpi delle donne con bende e garze per distillarne l’essenza.

Corsetti modellanti, interventi estetici reiterati, diete restrittive e trattamenti invasivi di body sculpting restituiscono sfumature differenti di un medesimo imperativo: intervenire sulla forma, correggendola, con il fine di rendersi appetibili. Tale aspirazione non reclama il sacrificio dell’Altro (come accade in Profumo) ma quello di noi stessi, trasfigurando una forma di violenza autoinflitta, sovente silenziosa e latente, nella distillazione dell’immagine perfetta. Un enfleurage capace di nascondere dissimmetrie e fallimenti: la messa in scena di una natura morta che, censurandosi nel gioco di luci chiaroscurali, occulta la parte scissa del Visconte per farsi prodotto da apprezzare.

Al crocevia delle nostre molteplicità

Recidere l’autentico per offrirne l’artigianale manipolazione: l’estratto…, inseguendo un’illusione di amore… mentre è il baratro a presentarsi realtà. Il Sé percepito, nel costruirsi fino a presentarsi come Sé ambito, trova inevitabilmente il fallimento?

È al crocevia di tale tensione, nell’essere sia matrice grezza che tiratura levigata, che il soggetto potrebbe aprirsi a nuove prospettive. La questione, forse, non risiede nell’eliminazione della finzione, ma nella possibilità di assumerla come consapevolezza: siamo anche le maschere che indossiamo. Non si tratta di smascherare il soggetto per raggiungere una presunta autenticità originaria, ma di riconoscere nella molteplicità delle sue articolazioni la possibilità stessa di essere. Le contraddizioni che ci abitano non necessitano di essere ricondotte a un’unità coerente, ma possono convivere, in termini deleuziani, in una sintesi disgiuntiva; dischiudendo il sipario di una singolarità irriducibile all’univocità: presenze vive, frammentate, plurali.

Il simulacro rappresenta uno dei luoghi in cui tale pluralità si manifesta e, al contempo, rischia di dissolversi. Nel macabro epilogo della storia, il protagonista fa ritorno al fetido mercato parigino (il luogo della propria nascita) e si versa addosso l’intero contenuto della boccetta che custodisce il profumo perfetto. I malconci presenti, inebriati dall’effluvio, lo assalgono e lo divorano. L’inquadratura conclusiva si sofferma sull’ampolla, trattenendo il segno proprio là dove il suo autore è ormai scomparso. L’artificio non costituisce, di per sé, la liquefazione dell’individuo, ma lo diviene quando, anziché configurarsi come una delle sue molteplici manifestazioni, si impone come condizione del suo riconoscimento.

In Profumo il protagonista è fagocitato dalla perfezione dell’essenza creata, comprendendo che il profumo non avrebbe mai potuto fare una sola cosa: renderlo un soggetto amabile. È in questo cannibalismo che la finzione cinematografica ci restituisce una nuova consapevolezza. Nel trionfo dell’involucro il soggetto diviene un oggetto di consumo inghiottito dalla stessa fame d’amore che, attraverso l’artificio, si proponeva di saziare.

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