Musica

L’arte di fare rumore

Nirvana, Pixies, David Bowie e (quasi) tutto ciò che rende un brano interessante

A cura di

Bernardo Maccari

Immagini di

Panos Sakalakis


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Nell’infinità del panorama musicale esistente, esistito, e che mai esisterà, naturalmente si è attratti solo da alcuni dei brani, o degli album, o degli Ep che vengono pubblicati. E perché da essi si sia attratti può essere per i motivi più vari. Mi piace pensare, però, che una genericissima categorizzazione sia possibile, e che dunque sia possibile individuare almeno alcuni dei motivi per cui certa musica tende a stuzzicare l’orecchio degli ascoltatori. 

Facciamo un esempio banale: l’asciuttezza. Molti brani, molto belli, tali sono per la capacità dell’artista che li scrive e poi li esegue di trasmettere qualcosa o anche una grande quantità di cose senza bisogno di orchestre, strumentazioni futuristiche, o capacità tecniche particolarmente memorabili. Faccio un altro esempio banale: in questo è a mio parere un maestro Fabrizio De André. Ovviamente i testi del cantautore ligure sono incredibilmente raffinati, e comunque egli aveva grande capacità e conoscenza musicali. Ma, nei fatti, di De Andrè sono particolarmente belli i brani che si concentrano, quasi si cristallizzano, sulla sua voce e la sua chitarra, senza che ci sia tanto altro a far da contorno.

In maniera paradossalmente analoga sono spesso interessanti brani “massimalisti”, caratterizzati da un’esplosione di suoni e rumori, magari tenuti a bada grazie alla maestria tecnica dei musicisti. Ancora una volta non è necessario fare un esempio complicato: pensiamo ai Led Zeppelin. Canzoni con parti di chitarra molto invadenti e intense, cantate da una delle migliori voci rock della storia, che si tenevano insieme grazie a una sezione ritmica di primissima classe. Oppure pensiamo a interi movimenti musicali come il glam rock, o lo psy rock, che arricchiscono con infiniti elementi barocchi una struttura storicamente asciutta, come è il blues. 

Il caso dei Pixies

Ovviamente proporsi di catalogare in maniera esaustiva “le cose che rendono un brano interessante” è impossibile, ma oltre ai brevi esempi citati sopra credo sia importante farne un altro. Esiste una categoria di brani, che ha avuto grande successo soprattutto in certi generi e ambienti musicali, di cui si potrebbe attribuire l’invenzione a una band: i Pixies. Come fa notare David Bowie in questa intervista una così forte polarizzazione sonora tra la strofa e il ritornello, le brusche, esplosive accelerazioni e decelerazioni che caratterizzano la loro produzione musicale: “Are very obvious now, but weren’t at the time”.

E in effetti sono, oggi, assolutamente ovvie. Basti pensare ai Nirvana: quanti dei loro brani, a un certo punto, sembrano letteralmente esplodere? Non è un caso: Kurt Cobain era un grande ammiratore della band di Boston, da cui ha esplicitamente dichiarato di aver preso in prestito questa dinamica musicale. Oppure si pensi agli Arctic Monkeys, o in italia ai Verdena, solo per citarne alcuni. Non è raro che i pezzi di queste band siano caratterizzati da grande movimento, grande dinamismo, cambi di ritmo asfissianti. Non so se Alex Turner o Alberto Ferrari hanno mai ascoltato i Pixies, ma mi sento di poter affermare con sicurezza che hanno ascoltato i Nirvana.

Perfino i Radiohead, che hanno uno stile decisamente diverso, hanno più volte affermato esplicitamente di ispirarsi a Black Francis e compagni. Thom Yorke ha letteralmente dichiarato che: “i Pixies gli hanno cambiato la vita”. Ora, badate bene, sono perfettamente d’accordo con voi: Where Is My Mind ha rotto il cazzo. E si, è vero, per quanto sia azzeccata per la scena finale di Fight Club, ha comunque rotto il cazzo. 

Non una one hit band

Sicuramente la grandezza, la fama, di una singola canzone hanno oscurato tutta la produzione ulteriore, precedente e successiva, di una band che merita di essere approfondita. Ma questo è comunque uno dei rari casi in cui un modello di successo, e a modo suo rivoluzionario, in un ambito variegato come quello musicale si può ricondurre – più o meno – ad una singolo punto di origine.

Un po’ come nel caso di Chuck Berry e del Rock And Roll. E vale quindi la pena andare oltre quella scena, e tutte le volte in cui la avete vista pubblicata su un social network con i sottotitoli, e vale la pena approfondire quella che non è assolutamente una one hit band: in questo caso perché, degli infiniti modi con cui si può rendere interessante un brano, uno è stato in un certo senso inventato dai Pixies. Ed è, tra le altre cose un metodo particolarmente diffuso, particolarmente rilevante negli ultimi venti o trent’anni di musica.

Si potrebbe definire l’arte di fare rumore: un’esplosione controllata, come se fosse un esperimento scientifico. Non sono tanti i musicisti che danno la sensazione di essere in controllo quando si alzano i volumi, esattamente come non sono tanti quelli che la danno quando sono soli con il loro strumento. E i Pixies, per primi o fra i primi, hanno dato la sensazione di essere in controllo quando da una parte dolce e melodica decidono, bruscamente, di accelerare. 

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