Nietzsche

Politica e Società

Il fardello del testamento cristiano, la lezione di Nietzsche è ancora attuale

Dio è morto e ci ha lasciato un’eredità che ha messo le radici dentro di noi 

A cura di

Benedetta Fossati

Immagini di

Edvard Munch


☝🏻 Condividi se ti è piaciuto!

Sono passati alcuni anni da quando per la prima volta in un bar parigino mi sono sentita chiamare “figlia del cristianesimo” dopo aver espressamente condiviso alcuni miei ideali morali, se tali possono essere definiti. Sono passati altrettanti anni da quando ho capito che i valori che io all’epoca ritenevo universalmente condivisibili non lo erano. 

Solo recentemente però con la lettura di due saggi di Friedrich Nietzsche, la Genealogia della morale e L’Anticristo ho davvero capito cosa significasse essere figlia della cultura, o più precisamente della morale cristiana. 

La secolarizzazione della Chiesa cattolica e il processo di autonomizzazione delle istituzioni politico-religiose, che è avvenuta nel corso dei secoli, nel nostro Paese, così come nel resto del mondo occidentale, non ha impedito a una morale di stampo prettamente cristiano-cattolico di mettere le radici nella nostra cultura e di esercitare tutt’oggi una forte influenza sulla nostra visione del mondo.

Genealogia della morale: il mondo diviso in due

Quando Nietzsche nella Genealogia della morale, testo scritto nel 1887 e pubblicato nell’inverno dello stesso anno, ci parla della visione dicotomica del mondo, fa riferimento proprio a questa nostra incapacità, l’incapacità dell’uomo moderno, dell’uomo cristiano, di guardare al mondo senza giudizio, di andare al di là del bene e del male. 

Gli anni in cui Nietzsche scrive questo saggio sono anni scanditi dal dolore, fisico e mentale, che la malattia da cui è afflitto gli causa. Il filosofo tedesco è alla ricerca di una salute del corpo e dello spirito, che spera di ritrovare attraverso la decostruzione dei fondamenti morali e religiosi che governano e regolano l’universo interiore dell’uomo moderno. 

Quella che lui opera nella Genealogia della morale non è un’arringa contro la religione cristiana, ma più semplicemente una ricostruzione, storica e filosofica, della nascita della morale cristiana. 

Nietzsche considera il cristianesimo come religione dei deboli

Nietzsche parte proprio dal concetto di buono e malvagio, e dal rovesciamento semantico che questi due termini hanno subito nel corso dei secoli. L’homo bonus era un tempo l’uomo forte, colui che conservava la virtus romana, mentre l’aggettivo malvagio, malus, era attribuito ai membri deboli della società, a coloro che appartenevano a un rango inferiore, moralmente e socialmente parlando. Quando però l’interiorità dell’uomo prende il sopravvento tutti i valori vengono rovesciati. Con il trionfo della Giudea su Roma gli ultimi diventano i primi.

Il popolo ebraico ha infatti, secondo Nietzsche, indebolito e effemminato il popolo romano, popolo virtuoso e guerriero per eccellenza, gli ha tolto di mano le armi e l’ha costretto dentro i costumi della morale e della religione giudaica.

Il cristianesimo, che altro non è che un ebraismo degenerato, è la religione dei deboli, coloro che vivono nella sofferenza, ma che sono incapaci di sopportarne l’insensatezza. Quello del cristiano è un rifiuto della vita attraverso il perseguimento di ideali ascetici che lo educano alla castrazione di tutte le sue pulsioni. Il mondo cristiano è un mondo privo di gratuità, fondato su un debito strutturale, quello tra l’uomo e Dio, che si traduce in un’asimmetria strutturale di fondo, in cui gli esseri umani riceveranno la grazia solo dopo la morte. 

La seconda dissertazione, e la rilettura in chiave moderna che se ne può fare, costituisce la parte più interessante e attuale del discorso nietzschiano.  

L’esistenza vissuta sperando

La mancanza di gratuità nel mondo religioso cristiano e l’attesa nella speranza di una redenzione, costringono l’uomo a una vita votata alla repressione di ogni istinto naturale. Un’intera esistenza vissuta sperando, l’unico antidoto contro i mali liberati nel mondo da Pandora.

L’impossibilità di sfogare i propri istinti nel mondo esterno costringe però il cristiano a sfogarli contro se stesso facendo nascere in lui quella che Nietzsche chiama “cattiva coscienza”,che altro non è che la castrazione di istinti primordiali che fremono per uscire costringendo l’uomo a un’esistenza irrequieta. 

Ma la colpa è il vero macigno che, come Sisifo, siamo costretti a portare su e giù tra gli alti e bassi della vita, lavoro inutile il nostro, che ci ostiniamo però a portare a termine, credendo di essere redenti e alleviati di questo peso.  

Colpa che Nietzsche tiene a sottolineare non essere nostra, si tratta infatti di una colpa che deriva da un’asimmetria strutturale che non siamo stati capaci di compensare. 

È Nietzsche a spigarci che il senso di colpa, che spesso ci tormenta o quanto meno ci influenza nel prendere decisioni, nasce dal rapporto tra creditore e debitore. Il primo debito che abbiamo sentito di avere è stato quello nei confronti dei nostri genitori, poi l’abbiamo sentito nei confronti di tutti quanti i nostri progenitori, che troppo velocemente sono stati identificati in un dio, il Dio cristiano, il maximum del senso di colpa. 

È in questo momento che il debito è diventato struttura e conseguentemente inestinguibile. 

La morte di dio non è la morte del cristianesimo

E quindi eccoci qui, Dio è morto, ma il nostro debito nei suoi confronti no. Dio è morto, ma il cristianesimo no. Dio è morto, ma la morale che secoli fa i padri della Chiesa vi hanno costruito attorno ha messo le radici dentro di noi. 

Sono quindi pochi mesi che mi chiedo se vivere sperando che domani sarà migliore abbia senso, e sono altrettanti mesi che mi rispondo che vivere sperando e camminando in punta dei piedi significa negare la vita stessa. 

Lascia un commento

Torna in alto