
Editoriale
La terra estromessa
Come parlare di Palestina è diventato l’ultima occasione democratica
A cura di
Redazione RatPark
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“Odio gli indifferenti”. Con questa frase uno dei padri della teoria marxiana come Antonio Gramsci era solito apostrofare coloro i quali, di fronte alle ingiustizie del loro tempo, sceglievano il comodo atteggiamento inerte dell’inazione e del mutismo. Un po’ come il fingersi morti di fronte a un orso nella semplice e pia speranza che quello se la beva, si giri e decida di non farti diventare il suo delivery per cena. Questo atteggiamento è chiamato anche “tecnica dell’opossum”, e descrive molto bene il comportamento che tanti osservatori ed esponenti politici (la nostra sinistra) hanno tenuto, sino a poco tempo fa, nei confronti del conflitto mediorentale, del genocidio di Gaza e dell’atroce azione di sterminio perpetrata dal governo israeliano.
Questa vicenda ha portato alla luce tutto quello che il decadente Occidente che viviamo ha tentato, più o meno goffamente, di nascondere sotto il tappeto: Israele che non è una democrazia matura, ma uno Stato teocratico ipermilitarizzato. Sempre Israele, che non è una povera, piccola nazione indifesa circondata da giganti minacciosi, ma una minaccia essa stessa per tutti i suoi vicini, con a disposizione armi occidentali (pagate anche da noi). Ancora Israele, che, impegnato in un terribile conflitto contro l’invincibile gruppo di terroristi di Hamas, ha trovato il tempo in meno di due anni di espandere gli insediamenti illegali in Cisgiordania e attaccare Libano, Siria, Yemen, Iran, Qatar e, giusto di recente, la Global Sumud Flotilla.
Ecco, proprio da qui vorremmo ripartire. La Flotilla: una sgangherata flotta alla One Piece, composta da poco più di 50 imbarcazioni e attivisti provenienti da varie nazioni europee, che è partita alla volta della sponda orientale del Mediterraneo con il duplice scopo di provare a portare aiuti umanitari ai gazawi superstiti e tentare di svegliare i governi del Vecchio Continente dal loro inerte torpore. La missione è tutt’altro che perfetta: anzitutto per il fatto che operare in un territorio dove non esiste più un governo (a parte quello che affama la popolazione) con cui interfacciarsi rischierebbe solo di mettere in pericolo altre vite. Tuttavia, ci dona un insegnamento: odiare gli indifferenti.
Di fronte alla fluidità della società postmoderna e tardocapitalista in cui viviamo, ogni tanto è giusto rifiutare le facili giustificazioni per ricordare cose difficilissime come che uccidere bambini, distruggere ospedali, affamare intere famiglie, è una cosa brutta.
Per la prima volta, perfino in Italia, si sono svolte manifestazioni di piazza capaci di bloccare un intero Paese, mettere in imbarazzo un governo con una maggioranza titanica come quello Meloni e stupire il mondo per portata, diffusione e trasversalità dei partecipanti. Tutto è stato poi derubricato ai vetri rotti alla stazione di Milano, ma è noto che, quando il saggio indica la Luna, lo stolto guarda il dito.
Restare in silenzio non è mai stato giusto, ma non è più possibile. Proprio ora, nel momento in cui ancora qualcosa si può salvare, della vita dei palestinesi e della nostra storta democrazia, è necessario prendere posizione.
Rita Baroud, giornalista palestinese di 22 anni che da mesi documenta quanto accade nella Striscia, è stata citata dal presidente francese Emmanuel Macron, durante il suo discorso di riconoscimento della Palestina come Stato, come simbolo del valore e del coraggio dei giornalisti. Sempre Baroud, ha affermato di non provare odio verso il popolo israeliano, perché molti anche lì soffrono e si oppongo al governo, e ha descritto così il suo compito di cronista:
“Spesso mi sono sentita impotente, ma non voglio essere costretta al silenzio. Quando sono arrivata in Italia è stato stranissimo, perché vedevo le persone intorno a me che vivevano la propria normalità, mentre io mi sentivo come anestetizzata. Anche se non sono una personalità politica, ho comunque la responsabilità di raccontare quello che accade a Gaza. Lo devo a chi è rimasto là”.
Sulle pagine di questa rivista e del suo sito sono stati ospitati interventi a sostegno del popolo palestinese. Questo è uno di quelli, e ce ne saranno ancora.
Le vite di Gaza contano. La fine politica di Netanyahu è l’unica soluzione possibile per perseguire un cambiamento. Un cambiamento che non sia antisemita o islamofobo, un cambiamento che non sia solo un interesse economico, un cambiamento che sia di pace.
Duratura, vera, perpetua.





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