A cura di

Rewan Dilshadd

Immagini di

Nicolò Soffietto

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Prima di capire la politica, capivo il volo.

Sapevo nominare gli aeromobili prima ancora di saper scrivere il mio nome. Elicotteri, jet, razzi: la mia stanza vibrava di immaginazione. È stato mio padre a regalarmi quel mondo fatto di ali, motori, modelli di cockpit, manuali pieni di diagrammi che comprendevo appena, ma in cui credevo profondamente. A quattro o cinque anni misuravo il cielo con le dita, tracciando mappe: dove sarei potuto arrivare, cosa significasse salire più in alto del previsto.

Ma il cielo non è sempre aperto. Alcuni ostacoli sono invisibili, costruiti silenziosamente nella struttura del mondo che erediti. I percorsi che immagini da bambino non sono sempre tuoi, non si percorrono senza negoziazione, calcolo e pazienza.

Anni dopo, durante l’ultimo anno di liceo, l’ho scoperto nel modo più duro. Il sistema non concedeva seconde possibilità. Sette materie. Un solo tentativo. Un unico passo falso poteva deviare la mia intera vita. Ho studiato, pianificato, sperato, eppure negli ultimi mesi ho vacillato. I progetti coltivati fin dall’infanzia — ingegneria, aviazione — mi sono scivolati tra le dita come sabbia. Sono passato a malapena, all’altezza appena, e nel silenzio che è seguito ho capito che alcuni percorsi non sono determinati solo dal desiderio, ma da circostanze, calcoli e responsabilità.

Avrei potuto scegliere un’Università privata per inseguire Ingegneria, ma la vita non è mai solo ambizione. È fatta di margini, logistica, equilibri fragili tra le persone che dipendono da te. Mia madre, unico pilastro della mia vita, stava invecchiando. Mia sorella aveva bisogno di spostarsi. In casa avevamo una sola auto. Scegliere il mio sogno avrebbe rischiato di destabilizzare quell’equilibrio. La stabilità è diventata la priorità. La politica non era la pista a cui miravo, ma era la terra solida in cui sono atterrato.

Alcuni dicono che fossi destinato a questo campo. Mi dicono che so creare connessioni, leggere una stanza, orientarmi nelle conversazioni. Nei giorni buoni ci credo. In quelli più lenti, mi chiedo se sia destino o adattamento.

Eppure il desiderio non scompare mai.

Continua a pulsare in silenzio, con la stessa forza con cui, un tempo, mi spingevo a collezionare aeroplani e immaginavo orizzonti oltre casa, oltre la mia città, oltre la mia cultura. Ma qui l’ambizione raramente è libera. Volere di più può suonare come un’ingratitudine. Esprimere un desiderio può attirare scrutinio. Ho imparato a misurare le parole, a calcolare l’eco di ogni decisione non solo per me, ma per chi mi sta intorno. Qui il desiderio non è solo personale: è politico, strutturale, generazionale.

Anche il fallimento ha un sapore diverso. Gli esami non perdonano. Un solo errore può chiudere porte per sempre. Chi dispone di reti di sicurezza economiche o sociali può sperimentare, cadere, riprovare. Io no. Ogni ambizione portava con sé una responsabilità; ogni rischio, una conseguenza. Non è risentimento, è consapevolezza.

La politica, inizialmente inattesa, è diventata un terreno che rispetto. Ho imparato ad amarla. Le relazioni, la conversazione, la persuasione: non sono premi di consolazione. Sono strumenti di influenza. Lentamente ho iniziato a vedere come possano ampliare i confini in modi che l’Ingegneria, almeno per me, non avrebbe potuto. Non sono atterrato dove avevo previsto, ma ho imparato a volare in modo diverso.

Allo stesso tempo, resto ancorato. La voce di mia madre, le regole invisibili del decoro, i silenziosi calcoli su ciò che potrebbe alimentare il pettegolezzo: tutto pesa su ogni scelta. La famiglia è calore, come un fuoco da campo. Resti abbastanza vicino da sentirne il tepore, da nutrirti della sua luce, ma troppo vicino rischi anche di bruciarti. Amarla, proteggerla, rispettarla: anche queste sono forme di volo.

Misuro i miei desideri. Misuro le mie parole. Calcolo i miei sogni. Eppure non mi sottraggo a essi. Non spengo il battito dell’ambizione. Alcuni percorsi non si scelgono: si negoziano. Alcuni voli sono invisibili; alcuni atterraggi inattesi.

Nei giorni buoni, credo di essere destinato alla politica. In quelli più lenti, sento l’eco delle piste che non ho mai percorso. Ma la vita è troppo breve e troppo fragile per essere vissuta negoziando perennemente con il rimpianto. Vado avanti con ali prudenti, saldo sotto il peso delle aspettative, confidando che il cielo resti aperto, anche quando deve essere attraversato con attenzione.

Perché anche dentro i vincoli, esiste il volo.

E, a volte, sono proprio i voli silenziosi quelli che durano.

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