
Esteri
Il Risveglio di un Impero
Rifugio dell’anima, nella Città del Cielo
Giovani cinesi e spiritualità: rinascita religiosa o desiderio di appartenenza?
A cura di
Alessandro Balbo
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“Quando l’uomo si parte de la città de Cianga, e’ va 3 giornate per molte castelle e città ricche e nobili, di grandi mercatantie e arti. E’ sono idoli e al Grande Kane; e ànno moneta di carta. Egli ànno da vivere ciò che bisogna al corpo de l’uomo. Di capo di queste tre giornate, si truova la sopranobile città di Quinsai, che vale a dire in francesco ’la città del cielo’. E conteròvi di sua nobiltà, però ch’è la piú nobile città del mondo e la migliore”.
Il Milione – Marco Polo, fine 1200
Quando il mercante veneziano Marco Polo la visitò alla fine del XIII secolo, Hangzhou era la città più grande del mondo. Ultima capitale della dinastia Song, la sua caduta nel 1276 (e la successiva battaglia navale di Yamen nel 1279) consentì per la prima volta nella Storia il governo dell’intera Cina a un popolo di origine nomade. Parliamo della dinastia Yuan (1271-1368) dell’imperatore mongolo (nipote di Gengis) Kublai Khan.
Polo, in veste di ambasciatore e ispettore di Kublai, arriva a Hangzhou circa dieci anni dopo la sua conquista da parte dell’esercito guidato dal generale Bayan. A differenza di altre città – come Baghdad, rasa al suolo nel 1258 – quella che Marco chiama “Quinsai”, essendosi arresa, era stata risparmiata dalla distruzione e dal saccheggio. E aveva perciò mantenuto intatta la sua potenza commerciale.
Nel 1300 contava tra 1 e 1,5 milioni di persone: Parigi, la città più popolosa d’Europa, aveva circa 200mila abitanti. La patria di Marco, Venezia, circa 130mila. Non c’è da stupirsi, perciò, che per il leggendario viaggiatore Hangzhou rappresentasse il culmine della civiltà cinese. Ne rimase talmente affascinato da dedicarvi circa il 4% della sua opera “La descrizione del mondo”, meglio conosciuta come Il Milione. Un’estensione maggiore rispetto a qualsiasi altra città cinese, compresa Pechino (che Marco indica come Canbaluc, dal mongolo Khān bālīq, “Città dell’imperatore”).
Furono molte le cose a colpirlo. “La città di Quinsai dura in giro 100 miglia, e à 12.000 ponti di pietra; e sotto la maggior parte di questi ponti potrebbe passare una grande nave sotto l’arco, e per gli altre bene mezzana nave”, scrive, per quanto i numeri vadano ridimensionati: si calcola che i ponti fossero tra 300 e 400, e la circonferenza delle mura fosse intorno ai 35 chilometri. Lunghezza non trascurabile, atta a ospitare “le strade e i canali molto larghi e ampli; poi vi sono le piazze dove fanno mercato, che per la grandissima moltitudine che vi concorre è necessario che siano grandissime e amplissime”.
Descrive le strade lastricate e percorse anche da carrozze, scene inedite per un europeo del tempo. Così come l’uso su vasta scala di cartamoneta garantita dall’imperatore, gli innumerevoli bagni pubblici, le prelibatezze offerte dai ristoranti. Una città avanti di secoli rispetto ai centri del Vecchio Continente, nella quale coesistevano pacificamente diverse confessioni, con una forte presenza di templi buddisti, ma anche moschee per i mercanti arabi e persiani.
Già 800 anni fa, quindi, Quinsai faceva girare la testa ai visitatori stranieri, poco o nulla abituati a un “caos ordinato” di tale portata. Le cose, nel XXI secolo, non sono cambiate poi molto. Oggi Hangzhou è una delle metropoli tecnologicamente più avanzate della Cina, spesso definita la “Silicon Valley cinese”. Supera il 12 milioni di abitanti, con un Pil di oltre 2mila miliardi di renminbi (circa 260 miliardi di euro), ovvero circa l’1,7% del valore nazionale.
Inglobata nella parte occidentale della città, però, c’è un’oasi di pace che sembra esistere appositamente per offrire sollievo dall’insostenibile ritmo del progresso e della modernizzazione, che in una società come quella cinese porta facilmente alla perdita di punti di riferimento, siano essi culturali, ideologici, spirituali. Quest’oasi è l’area verde adiacente al Lago dell’Ovest – uno degli scenari più suggestivi e fotografati di Hangzhou – e al picco Feilai, dove si trova uno dei più antichi e importanti templi buddhisti di tutto il Paese.
Fondato nel 326 d.C., suo nome, Língyǐn Sì, non a caso è comunemente tradotto come “Tempio del rifugio dell’anima”, anche se, ormai, non è così facile evitare l’immensa folla che lo prende d’assalto ogni giorno. Come migliaia di altri visitatori, anche io e il mio amico Marco – nel breve tempo a nostra disposizione – vogliamo partecipare a questo comodo ritiro spirituale a due passi dalla giungla di cemento, e senza indugio seguiamo la fiumana nell’immensa rete di percorsi e grotte che conta oltre 330 sculture rupestri, tra cui il celebre Buddha Ridente.
Circondati dalla rigogliosa vegetazione che ricopre il monte, non possiamo fare a meno di apprezzare la particolarità che caratterizza i sentieri montani cinesi: la pavimentazione. Stradine in cemento e in pietra si inerpicano lungo la valle e i pendii che circondano il tempio, un labirinto in cui è fin piacevole perdersi. Una volta esaurito il saliscendi – e il fiato per affrontarlo – il complesso di edifici appare, sì, come un vero e proprio rifugio.
Subito veniamo inebriati dall’onnipresente aroma dell’incenso, distribuito gratuitamente all’ingresso in tre bastoncini da accendere alla fornace comune. Li prendo, mi brucio, ma riesco ad accenderli, e come ogni turista occidentale che si rispetti mi esibisco nell’imbarazzante imitazione del rito che vedo svolgere ai locali. Inchino in una direzione, inchino in un’altra, poi uno da quella parte… no, lì no. Va bene, smettiamola qui. Poso i tre bastoncini fumanti nell’incensiere centrale, meritandomi una giusta scottatura nel tentativo di farmi strada con le mani tra quelli posti dalle (molte) altre persone.
Nella confusione generale, ai miei occhi di grande giornalista d’assalto (sic!) balza un dettaglio: l’enorme quantità di ragazzi e ragazze, anche molto giovani, venute qui non solo per fare presenza, ma per partecipare attivamente ai rituali collettivi. Nei giorni seguenti tale tendenza si rivelerà un elemento ricorrente in tutti i templi – anche taoisti – che io e Marco visiteremo nel nostro viaggio, e, anche se al momento non ne conosco ancora le ragioni, il fenomeno ha delle origini ben precise.
Come accennavamo, gli sconvolgimenti della società cinese negli ultimi decenni non sono stati privi di conseguenze: se per millenni i cittadini hanno avuto una serie di modelli e guide – religiose, morali, politiche – cui ispirarsi, di cui seguire le orme e i precetti, volontariamente o mediante coercizione, la rapida evoluzione del contesto culturale nazionale e mondiale mostra in Cina, più che in altre parti del mondo, una sempre più importante ricerca di stabilità, di orientamento, di sostegno nel cambiamento.
L’incertezza economica, la competizione negli ambienti lavorativi, lo stress legato al reddito e le aspettative sociali spingono i giovani a ricercare nei templi e nei luoghi di ritrovo spirituale quel senso d’appartenenza perduto, non in un rinnovato risveglio di fede o di devozione, ma in un progressivo tentativo di ricostruzione delle reti di supporto sociale venute meno anche dopo la tragedia della pandemia.
Nel 2023, le piattaforme cinesi hanno registrato un aumento del 310% di prenotazioni per i siti templari rispetto al 2022, con circa il 50% di visitatori under 30. Una tendenza che persiste nel 2026, in una “economia dei templi” che supera i 100 miliardi di renminbi. Al tempio Lingyin le code partono dalle 7 del mattino, per poter offrire l’incenso il prima possibile in modo che le preghiere risultino più efficaci.
La tendenza, soprattutto tra i giovani, è alimentata spesso dalla condivisione di stili di vita attraverso le piattaforme digitali, spesso unico vero spazio di mutuo riconoscimento tra le nuove generazioni. Dinamica di gruppo che si arricchisce da sé stessa, in un effetto domino con conseguenze dirette sul mercato della spiritualità.
A primo impatto, basandosi anche solo sull’osservazione diretta e senza necessariamente conoscere i trend socioculturali alla base di tali comportamenti, l’impressione tangibile è che i visitatori cinesi – non solo i giovani – sappiano ben poco di ciò che vedono, toccano, annusano, sentono. Adorano. Vedere allo stesso tempo adolescenti e ultraottantenni inchinarsi di fronte alle icone non è per forza sinonimo di devozione, essendo l’origine di queste scelte da ricercarsi, forse, altrove.
Sono le 17. Il cielo plumbeo inizia a scurirsi, e dalla sala principale sentiamo sollevarsi una vibrazione quasi soprannaturale, verso cui siamo naturalmente attirati. L’ingresso è ostruito dalla mole di curiosi e credenti, radunati per assistere alla preghiera serale dei monaci del tempio. Facendoci strada fino alle ringhiere più vicine, veniamo gradualmente assorbiti dai canti ipnotici rivolti alla maestosa statua del Buddha Sakyamuni, alta quasi 25 metri e ricoperta d’oro.
La frequenza delle voci zen, opportunamente guidate dall’abate, mescola nella nostra mente i canti dei sutra alla percezione dello spazio e del tempo, rendendo il corpo un tutt’uno con i secondi, i minuti, le ore. La preghiera entra in risonanza con il ritmo vitale, consentendo a ognuno, indipendentemente dai motivi per cui si trova lì in quel momento della propria vita, di sentirsi parte di qualcosa di più grande. Di incomprensibile, ma onnipresente.














