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Sciopero a oltranza a Campi Bisenzio. I dipendenti Mondo Convenienza chiedono contratti regolari diritti

La situazione tra Prato e Firenze è grave, gli operai lavorano senza i diritti basilari sanciti per legge.
Il sindacato Si Cobas: “La filiera dell’alta moda scarica i costi sugli stranieri. Senza sfruttamento il sistema crollerebbe”

A cura di

Lorenzo Marsicola

Immagini di

Lorenzo Guerrieri


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Domenica 22 luglio 2023. A Campi Bisenzio, provincia di Firenze, i lavoratori di Mondo Convenienza, con sede in via Gattinella, scendono in piazza dopo oltre 50 giorni di sciopero di fronte alla sede dell’azienda. Insieme a loro il Comune, vari comitati e associazioni, rappresentanti dell’Anpi, dell’ex Gkn, studenti e centri sociali. Oltre mille persone, per protestare ancora contro sfruttamento e caporalato che, accusano, contraddistinguono l’azienda.

I lavoratori di Mondo Convenienza fanno parte del gruppo sindacale “Si Cobas Prato”, che raccoglie centinaia di lavoratori non solo del settore della logistica, ma anche di aziende tessili e prontomoda, nella piana pratese. Quella di domenica è solo l’ultima delle tantissime iniziative pacifiche che il sindacato ha portato avanti negli ultimi anni, per ottenere diritti per chi non ne ha mai avuti. Senza che se ne parli, nella piana da anni è in vigore un regime di sfruttamento, che coinvolge aziende, esponenti politici e forze dell’ordine. Un regime contro il quale centinaia di lavoratori hanno deciso di ribellarsi.

Esemplare il caso di Mondo Convenienza, con l’azienda romana che da mesi rifiuta di sedersi al tavolo delle trattative con gli esponenti del sindacato e del Comune, e nel frattempo licenzia i lavoratori in sciopero, sgombera i presidi, inscena false contro-proteste e, come hanno testimoniato i rappresentanti SI Cobas, aggredisce i lavoratori. Lavoratori che chiedono di avere un contratto regolare e uno stipendio adeguato: basta turni da 12, 13 o anche 14 ore, basta stipendi da fame.

A maggio di quest’anno abbiamo avuto il piacere di parlare con alcuni esponenti dei SI Cobas, che ci hanno raccontato la loro storia. Ad accogliermi nella loro sede di Prato è stato Arturo, studente, lavoratore e attivista dei Si Cobas: perché la loro forza è anche questa, di non coinvolgere solo lavoratori dei settori logistici e tessili, ma anche tanti volontari, che di questa battaglia si sono fatti carico.

Insieme a lui c’è Abbas, lavoratore e rappresentante del sindacato. La mia domanda è scontata, ma necessaria per capire bene la situazione, riguarda la nascita del movimento Si Cobas:

“I Si Cobas sono un movimento sindacale a livello nazionale, nato una decina di anni fa, attivo soprattutto nel centro-nord Italia – esordisce Arturo –. Inizialmente coinvolgeva i lavoratori, principalmente stranieri, del settore della logistica, in aziende come Sda, Fedex o Brt. Nel corso degli anni ha ottenuto molti successi sul piano dei diritti, partendo da una situazione di totale assenza. I dipendenti lavoravano spesso per aziende che prendevano in appalto i servizi, senza ferie, malattia, con turni spropositati e compensi minimi. A Prato il sindacato nasce nel 2018, sempre all’interno del settore logistico, distribuito tra Campi Bisenzio e Calenzano. Da lì, abbiamo cominciato ad occuparci sempre di più anche del distretto tessile nel pratese, in cui la situazione dei lavoratori era molto simile”.

Mentre parla, Arturo mi indica uno striscione appeso nella stanza: “Otto ore, cinque giorni, come dovrebbe essere ovunque, questo abbiamo cominciato a chiedere, e in breve tempo questa frase è diventata il nostro slogan. Sul distretto tessile si regge l’economia pratese, un settore che paradossalmente era in crisi all’inizio del nuovo millennio, e che è stato risollevato dalla forte immigrazione cinese. Il nostro obiettivo è stato di combattere un certo tipo di narrazione: da una parte le aziende storiche del Made in Italy, e dall’altra le aziende “brutte e cattive” dei padroni cinesi.

La verità è che esiste un sistema di appalti, sub-appalti e sub-sub-appalti in cui aziende italiane e cinesi sfruttano in un sistema complementare operai stranieri, principalmente pakistani. Ovunque trovavamo lavoratori che erano impegnati per dodici ore al giorno, sette giorni su sette, con contratti spesso part-time, da quattro ore, evadendo le tasse nella completa illegalità. Un contesto in cui è normale lavorare a nero, non ricevere il Tfr, o addirittura pagare il padrone della propria azienda per ottenere un contratto”.

In principio neanche i membri del sindacato avevano compreso quanto esteso fosse il sistema, ma sciopero dopo sciopero sono riusciti a fare luce. “Proprio per la sua estensione a macchia d’olio, inizialmente molti ci hanno detto che era impossibile riuscire a sindacalizzare in quel contesto o ottenere dei contratti regolari. Ma non ci siamo arresi e anzi, abbiamo trovato un metodo per riuscire a far sentire la nostra voce: il picchetto di fronte alle fabbriche e i presidi: per esempio, abbiamo passato nove mesi, da gennaio a ottobre 2021, fuori dalla Textprint, azienda tessile nel pratese, finché l’Ispettorato del Lavoro di Prato non ci ha dato ragione. Sono stati mesi durissimi, tra sgomberi violenti da parte della polizia e dei dirigenti stessi della fabbrica, oltre a calunnie sul nostro contro, sia da parte dell’azienda che di vari media”.

Ma il problema non si limita alle aziende: “Il sistema è complice con le istituzioni, ne sono a conoscenza tutti: il Comune, la questura e i sindacati confederali, le varie Cgil, Uil, che negli anni, almeno qua a Prato, non hanno mai mosso un dito, ma anzi hanno condannato la pratica del picchetto”. Arturo conclude: “Tutti hanno approfittato di questo sistema. Il distretto di Prato è uno dei più grandi d’Europa, e tante aziende, anche internazionali, hanno interessi (e fabbriche) qua”.

Mentre parliamo, arrivano altri ragazzi. Abbas li invita a sedersi e a partecipare. Ci tiene che tutti ascoltino e parlino anche se, mi dice, a differenza sua hanno ancora difficoltà con la lingua. E proprio questo è uno dei punti di forza di chi sfrutta: la barriera linguistica. Ma anche su questo fronte i SI Cobas si stanno muovendo, organizzando corsi gratuiti di italiano per gli operai. Chiedo ad Abbas di raccontarmi la sua storia.

“Vengo dal Pakistan. Sono in Italia da quasi dieci anni. Sono stato prima a Bologna, poi a Incisa Valdarno. Dopo che la fabbrica dove lavoravo ha chiuso, un mio amico mi ha detto di venire qui a Prato. Ha dato il mio numero al capo dell’azienda tessile dove lavorava. Mi hanno chiamato e mi hanno detto di venire a fare una prova. Dopo una settimana, mi hanno preso.

Sono bravo ma il contratto che mi è stato offerto era di soli tre mesi. E così anche il secondo. A quel punto, ho protestato: con un contratto di tre mesi puoi avere il permesso di soggiorno per un solo anno. Io avevo bisogno di un contratto lungo. Mi è stato risposto di no, e che il prossimo sarebbe stato di massimo sei mesi. E così, per almeno tre anni, poi forse, se fossi stato bravo, ne avremmo potuto riparlare.

Dopo tre anni, però, sono stato mandato via. Ho trovato un altro lavoro, ma la storia era la stessa e anzi, con uno stipendio ancora più basso. Tutto questo sempre lavorando quattordici o quindici ore, sempre in piedi, per sei giorni a settimana. Ho cominciato ad avere problemi alle gambe. Finché non ho conosciuto i SI Cobas, tramite un mio amico, che lavora a Poggio a Caiano”.

Abbas prosegue il suo racconto: “Io non ne sapevo niente, né cos’era, né come funzionava. Il mio amico mi ha invitato a casa sua la sera, e mi ha spiegato tutto. Mi ha consigliato di andare alla sede a Prato e si è offerto di accompagnarmi. Qui ho incontrato Luca e Sarah, i coordinatori del sindacato, e gli ho raccontato la mia storia, gli ho fatto vedere i contratti e le buste paga. Loro allora hanno scritto una mail al padrone della fabbrica, per chiedere un contratto e uno stipendio adeguati. Lui non ha risposto. Il giorno dopo ho parlato con Sarah, e lei mi ha consigliato di andare direttamente in ufficio, a parlare con lui. Sono andato subito.

Appena arrivato, ho parlato con la segretaria, che mi ha detto di non aver ricevuto nessuna mail. Ho aperto il telefono e gliel’ho fatta vedere. Poco dopo è arrivato anche il capo, e insieme hanno letto la mail. Si sono spaventati, evidentemente. Dopo dieci minuti, il padrone mi ha chiamato nel suo ufficio, e mi ha detto che dal giorno successivo avrei cominciato a lavorare otto ore, per cinque giorni. Gli ho risposto che non avrei cominciato da domani, ma da subito. Lui ha acconsentito”.

A questo punto Abbas fa una pausa, e poi, guardandomi negli occhi, mi dice: “Questa però è la mia storia, che è andata bene. Ma io ho girato per le fabbriche, ho tanti amici, e molti ancora lavorano dodici o quattordici ore al giorno, sei giorni a settimana, senza diritti.

Conosco persone che lavorano per anni nella mia vecchia situazione, o senza contratto, o al massimo con uno da quattro ore giornaliere. E che il padrone sia cinese o italiano non fa differenza, la risposta è sempre la stessa: se ti va bene così, resti, se non ti va bene, quella è la porta. Ed è così ovunque, anche in altre zone industriali, tipo Scandicci. E spesso il padrone della singola fabbrica che prende in appalto la produzione è cinese, ma il vero padrone, è italiano, l’azienda per cui produciamo è italiana, brand di alta moda famosi in tutto il mondo”.

E in tutto ciò, come mi conferma Abbas, non ci sono controlli: “Quando vengono gli ispettori in fabbrica, prendono solo i documenti di noi lavoratori stranieri. Senza chiedere quante ore facciamo, o quanto ci pagano. Col padrone poi, non parlano proprio”.

A questo punto interviene Arturo: “Prima abbiamo parlato di prontomoda, che sono il tipo di sistema lavorativo più diffuso: sono piccole fabbriche, che prendono in carico una parte soltanto della produzione, con una decina di operai al massimo. Ed è lì che lo sfruttamento è più forte, e dove è più difficile sindacalizzare”.

Cerco di capire come funziona la sindacalizzazione: “Non è semplice, proprio perché il problema è così diffuso. La pratica del picchetto ci viene in aiuto: succede sempre con maggior frequenza che durante una dimostrazione, operai delle fabbriche vicine vengano da noi a chiedere chi siamo, e finiscano per aggiungersi. O, come nel caso di Abbas, sia magari un amico o un coinquilino a convincerli. Come il sistema di sfruttamento si espande, così stiamo cercando di fare anche noi. Perché il punto fondamentale è prendere coraggio. Vedere qualcuno nella tua stessa situazione, che con tutti i rischi che comporta, sceglie di scioperare, questo ti dà forza”.

Abbas aggiunge: “Noi non costringiamo nessuno. Cerchiamo di fare passaparola, è l’unico modo. E i padroni delle fabbriche hanno paura”. Non sono mancate le reazioni da parte delle istituzioni: “Nel 2019 – dice Arturo – la Questura di Prato ha emesso un foglio di via per Luca e Sarah, il giorno dopo che erano stati concessi, in una tintoria della piana, dei contratti regolari, 8×5, per i lavoratori. Questo dopo vari interventi delle forze dell’ordine per sgomberare i presidi di fronte alla fabbrica. Ma nel periodo successivo diverse fabbriche vicine sono entrate in sciopero, una dopo l’altra. E alla fine la nostra istanza contro il foglio di via è stata accolta dalla Corte d’Appello. Come ho già detto, il sistema coinvolge tutti, e la filiera dell’alta moda si mantiene scaricando i costi sui lavoratori stranieri.

Ovviamente questa situazione non riguarda solo Prato e le zone limitrofe, ma anche altre parti d’Italia. Senza questo tipo di sfruttamento, il sistema crollerebbe, ne siamo certi. Piano piano però stiamo ottenendo sempre più risultati e adesioni. E per questo facciamo paura”.

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